— Ma non sa...

— Che cosa non so?... È lei che non sa niente e vuol parlare! Sempre parlare!

Giacomo, nell'impeto, sembra quasi investirla: Mimì indietreggia muta, tendendo le mani giunte, supplichevoli.

— Lei non sa chi mi hanno costretto ad accettare come sotto segretario di Stato ai Lavori Pubblici?... L'avvocato Leonida Staffa! Un uomo che ha ottenuto lutti gli impieghi e tutti gli onori dalla monarchia a furia di fare il repubblicano! Un feroce rivoluzionario addomesticato dallo stipendio, che della sua fede e dei suoi ideali non conserva più che un simbolo nel grande cappellone a cencio! Un carattere adamantino che mostra tutta la sua fermezza democratica e la sua energia radicale nel coraggio di non volersi mettere il frac... nemmeno a Corte!

Giacomo ride: Mimì si sforza, ma non può.

— Costui, vede, signorina, questo Leonida col cappellone, merita di essere chiamato Eccellenza! Costui, accetta di gran cuore felicitazioni ed omaggi. Io, niente! Io sono un imbecille! Un vero imbecille che non sa più dir di no!

Giacomo ride ancora nervosamente, poi, d'un tratto, si ferma dinanzi a Mimì, seriissimo, torvo:

— E mia moglie?... Che cosa crede di essere venuta a fare a Roma?... La ministressa? La donna politica, inframmettente?... Se lo levi dalla testa!

— Che cosa pensa? Che cosa dice mai? Signor D'Orea! Signor D'Orea, — balbetta la povera Mimì, con voce mezza di pianto e mezza di rimprovero.

Giacomo, per frenarsi e calmarsi, con la mano si stringe la fronte, si preme gli occhi: dopo torna a fissare la giovine e riprende, parlando piano, ma risolutamente: