— Mi ascolti bene, contessina Mimì: lei è amica di mia moglie, amica sincera e buona. Per la quiete di Remigia e per la mia, volendo evitare seccature e dispiaceri, le faccia capir questo, ma ben chiaro: io le lascio la pienissima libertà di divertirsi a Roma, quanto vuole. Giri tutti i teatri, frequenti la società che più le piace, sia la bianca oppure la nera; vada anche a colazione e a pranzo, vada anche tutto il giorno in automobile con suo cognato, senza un pensiero, senza un riguardo, senza uno scrupolo nè per me, nè per la sua povera sorella, nè per nessuno al mondo! Ma, per amor del cielo, non si ricordi mai, mai, che, disgraziatamente, io sono ministro!
Il D'Orea, così dicendo, si fa più torvo, più minaccioso: le sue labbra smorte, tremano convulse.
Mimì, trasecolata, non ha più una goccia di sangue nelle vene!
— A Pontereno... so che mia moglie giocava a fare la donna influente, la donna importante: qui, no! A Roma, tutti i giuochi sono permessi, tranne questo; guai! Non voglio saperne di incoraggiamenti, di approvazioni, di disapprovazioni!... E guai se l'avvocato Berlendis o un altro qualunque dei suoi devoti lustrascarpe, mi capita tra' piedi! Non una raccomandazione, non una sollecitazione! Se questo avesse a succedere, parola d'onore, signorina Mimì, l'uomo che non sa più dir di no, torna, per una volta, quello di prima: manda sua moglie ipso facto a Pontereno o anche molto più in là!
... Chi è?... Chi c'è?... Si ode uno sbattere di usci, un fruscio di vesti...
— Giacomo! Giacomo! Amore! Tesöro! — È Remigia che entra di furia nel salotto e si precipita al collo del marito. — Come sono contenta, felice, beata!
— Di che cosa?
Giacomo è rimasto sorpreso e sconcertato dall'improvvisa e insolita espansione.
— Di vederti! Sono felice, beata di vederti!
— Oh, anch'io, grazie! Sono proprio contentissimo!