— Perdonami, Remigia. Non sono più io, certe volte; non so più quello che mi dica. È il lavorar troppo, senza nessuna soddisfazione, nemmeno quella della propria coscienza; è il sentirsi sempre male che mi rende così nervoso e stizzoso. La più piccola contrarietà, il più piccolo urto... Basta una mosca che vola per eccitarmi, per farmi montare il sangue alla testa!... In certi momenti, mi pare di diventar matto! Scusami, Remigia, e non badare alle mie furie. Tutto passerà; speriamo. Bisogna per altro che io mi risolva. Chiamerò il dottor Davos e sentirò che cosa si deve fare. Intanto ho bisogno di un calmante, bromuro, cloralio, qualche rimedio che mi faccia dormire. Le mie notti sono terribili; non le augurerei al mio peggior nemico! Pensa... — Si rivolge anche a Mimì. — Pensi, cara signorina, che io non dormo più... più! Vado a letto la sera stanco, spossato, e al mattino, dopo un'insonnia irrequieta, smaniosa, dopo dormiveglie dense di incubi, mi trovo ancora più stanco di quando sono andato a letto, mi sento pesto, ammaccato, estenuato! — Giacomo si stringe nelle spalle, crolla ancora la testa. — Sentirò il dottor Davos; così, non si va avanti!
Mimì Carfo, non ricorda già più le scene di prima, le escandescenze di Giacomo. Ella è rimasta colpita da quell'accento così sincero e doloroso. Approva e insiste perchè chiami subito il dottore.
— Vedrà, vedrà! Lo farà guarire in pochi giorni. Basta ch'ella si attenga davvero a tutte le prescrizioni del medico e al regime di vita che le verrà raccomandato.
— Obbedirò! — risponde Giacomo con un mesto sorriso che gli sfiora appena le labbra. Poi stende la mano a Remigia mormorando con la voce rotta da un'improvvisa commozione, con una grande malinconia dalla quale spira una dolcezza affettuosa, indulgente, più da babbo che da marito: — Scusami, cara... Vedrai, il dottor Davos saprà trovare un rimedio contro la mia... cattiveria!
Remigia rimane un po' titubante: guarda Mimì che con gli occhi e con i gesti le fa segno di cedere, di perdonare... e finisce col rasserenarsi. Non ha l'animo disposto e non è giorno opportuno per le tragedie. Avrebbe dovuto mandare a monte tutto ciò ch'era stato combinato a colazione con i della Gancia. Si asciuga un momentino gli occhi, poi si butta di nuovo al collo del marito. La pace è fatta.
— Potrò, per altro, venire alla seduta della Camera, con Quanita?
— Sì, sì; fa come vuoi! Soltanto, non credo che sarà un grande divertimento!
VI.
— Ah! Mon Dieu, mon Dieu! Quante teste pelate!
È l'esclamazione di donna Remigia appena si sporge dal parapetto della tribuna diplomatica, e gira gli occhi in fondo all'aula di Montecitorio.