— È una mancanza di rispetto al Parlamento! Il frac dovrebbe essere di rigore!
— Dovrebbe essere! Invece... — Il marchese Pio fa un gemito che sembra quasi un muggito. — Ma! Se l'abito non fa il monaco, fa il democratico! Non è vero, Quanita?
— Già... appunto!
La marchesa è distratta e irrequieta. Si volta di qua, di là, risponde chinando il capo con la vivacità meridionale, alle profonde riverenze che le rivolgono, dai loro banchi, alcuni onorevoli di destra e del centro, ricambia sorrisi e saluti con le signore della tribuna di Corte, ma intanto continua con l'occhialetto a guardare in giro ansiosamente e a cercare, a cercare... qualcheduno che non c'è. A un tratto, l'occhialetto si ferma, puntato diritto alla tribuna della stampa. Vi è appena giunto, rimanendo fermo, in piedi, proprio nel mezzo, un bel giovinotto alto, segaligno, con la barbetta rossiccia, la cravatta sgargiante e l'aria spavalda. Anche il bel giovinotto punta subito gli occhi verso la tribuna della diplomazia, poi, scambiato con la marchesa un cenno quasi impercettibile, va in cerca di un posto per sedere.
La marchesa chiude l'occhialetto quietamente e si rivolge con un sorriso al marito che continua a far la predica: lo ascolta e lo approva del capo.
— La democrazia monta e quando si dice democrazia intendi furfanteria e soprattutto volgarità!... Ormai, tornare indietro non si può! Bisogna andare fatalmente fino alla rivoluzione, per poter poi tornare indietro... dopo. Ma dopo, questo è il male, saremo in pochi... i rimasti, i superstiti!
Il marchese, cupamente preoccupato, chiude le palpebre per non vedersi dinanzi la propria effige penzoloni a una lanterna. — Mah!
Anche le due signore, restano lì, per un momento, soprapensiero. Poi Remigia torna a guardar giù, nell'aula, per vedere se i deputati cominciano a guardar su, e Quanita gira intorno gli occhi avendo sempre di mira la tribuna della stampa.
Il marchese della Gancia, tenuto al fonte battesimale da Ferdinando II, ne ricorda il figlio, stranamente, — l'ex re Francesco, — nel fisico e nel morale: nel viso giallognolo, dal grande naso aquilino e dai baffi spioventi; nel tipo da bacchettone, nell'indole da lasagnone. Del resto, a parte la spaghite di dover passare un'altra volta per la ghigliottina, egli è inconcusso nella sua fede. L'Italia attuale, non è per lui altro che un affastellamento di nordici e di meridioni, affatto precario. In fondo al suo cuore, ed è per questo che non li aborre, ma li compiange simpaticamente, è ben convinto che i Sovrani piemontesi sono a Roma per forza e ci rimangono di contraggenio, sospirando il momento di ritornare a Torino e, magari, addirittura in Sardegna. Quando sua moglie è stata prescelta come dama d'onore della Regina, conseguenza logica dell'essere stata sua madre dama d'onore della seconda moglie di Re Ferdinando e sua nonna della prima, il marchese Pio, non ha detto sì, non ha detto no. Ha chiuso gli occhi... dopo, per altro, di aver avuto l'assicurazione da suo cognato, Esente della Guardia Nobile, che avrebbero chiusi gli occhi anche in Vaticano.
Remigia si leva un guanto e con la bellissima mano ingemmata aggiusta e rimette a posto alcuni fili di capelli biondi: l'aula è gremita ed ella ci tiene a far colpo. L'Estrema Sinistra, la Sinistra e i Centri sono affollati. Soltanto nei settori di Destra c'è del vuoto. La tribuna degli ex deputati, la tribuna della Real Corte e della Presidenza, sono rigurgitanti di signore, tutte vestite di chiaro, sfarzosamente, tutte circonfuse dallo sventolìo incessante, affannoso dei ventagli. Perchè lassù, sotto le vetrate, il calore e l'afa, nel cuore del pomeriggio romano, diventano insopportabili.