Il conte Martino D'Entracques, è ancora giovanissimo per essere senatore e ministro. Alto, secco, rivela sotto l'elegante soprabito nero la figura svelta e snella dell'ufficiale di cavalleria. Ha una bella testa espressiva con i capelli folti e crespi, quasi bianchi e i baffi neri diritti, in punta. Appena entrato nell'aula leva una lente dal taschino della sottoveste e se la ficca nell'occhio, come il bell'Apollo di Villars, guardando verso la tribuna del corpo diplomatico e rispondendo del pari vivamente ai saluti della marchesa.

Invece il ministro della Marina, esile, traballante, si avvicina al suo posto e siede subito come affranto, sulla poltrona, buttandosi dinanzi, sul banco, il grosso portafogli nero, gonfio di carte. È così sparuto e giallo in viso, come se avesse passato quarant'anni in un paese di malaria, anzichè sul mare, arrivando da cadetto, al grado di contrammiraglio.

Le piume bianche, i capelli biondi, il fresco visetto di Remigia hanno dato nell'occhio al ministro della Guerra. Vuol subito sapere chi è.

— È una vostra collega! — risponde un deputato che sta discorrendo col ministro dell'Istruzione. — È la moglie di Sua Eccellenza D'Orea.

Il generale D'Entracques, torna a ficcarsi la lente nell'occhio e a fissare in alto.

Remigia nota, capisce che al banco dei Ministri si parla di lei; osserva le occhiate di sua Eccellenza D'Entracques; lo guarda a sua volta, poi rizzandosi bene sulla vita e piegando vezzosamente la testina ricomincia a lisciare i capelli e ad attorcigliare i fili d'oro dietro la nuca.

Intanto il marchese e la marchesa raccontano vita e miracoli del generale, che Remigia conoscerà quel giorno stesso a pranzo.

— È un nostro amico carissimo!

— Assai simpatico!

— È già la seconda volta che è ministro!