— Dov'è?...

— Guardate, quella zazzera, con quel pizzo da tenore, che parla appunto con vostro marito!

— Oh! Oh! Curiosa!... — Esclama, ridendo, la marchesa Quanita. — Il potere gli ha fatto allungare la giacca!... Può passare per una mezza radingotte!

Ssst! — corre nell'aula un vociare più forte, al quale segue un bisbiglio sommesso. — Ssst!

Il Presidente della Camera, in piedi, dall'alto del seggio, dice alcune parole che non arrivano fin su, alle tribune, poi siede di nuovo e quasi subito il Presidente del Consiglio, si alza.

Degli altri ministri, alcuni restano sdraiati nella poltrona con gli occhi socchiusi, altri si curvano su fasci di carte e cominciano in fretta a buttar giù firme.

Il Presidente del Consiglio rimane un istante fermo, impettito. Il suo viso è impassibile, lo sguardo freddo, senza espressione. Un risolino, tra il cortese e l'ironico, sfiora i baffi bigi, tagliati corti.

Si fa silenzio. Dall'alto piove una luce scialba, rossastra: l'aria è accesa, piena di ronzii.

La Camera, attentissima, diventa imponente. Alcuni deputati, in ritardo, si affrettano a raggiungere in punta di piedi, i loro scanni. Il Presidente aspetta ancora qualche secondo guardando a destra, a sinistra... Con la sua voce chiara, metallica, incisiva egli dice:

— Mi onoro... — Il silenzio si fa ancora più profondo. — Mi onoro di partecipare alla Camera che Sua Maestà il Re, mi ha affidato l'alto mandato di comporre il Ministero e che ad esso ho potuto corrispondere mercè il buon volere e lo spirito di abnegazione degli Onorevoli Colleghi... — qui legge sottovoce e confusamente una filza di nomi... — ai quali mi sono rivolto consigliato dalle necessità amministrative e politiche del momento.