— Sì, sì, sì... ma pure, da lontano... è proprio tutt'altra cosa! — Remigia vede che il tutt'altra cosa, e il modo come lo dice, piace molto al D'Entracques: lo ripete ancora, scrollando il capo graziosamente e poi soggiunge con enfasi, credendo di lusingarlo: — Sono stata invece parecchie volte in Senato! Oh, là sì!... Quanta grandiosità... Quanta solennità!
— Cioè quanta sonnolennità!
Ride Remigia, gustosamente, ride Quanita, il marchese, e ride egli stesso, il D'Entracques: ridono tutti, quando Giacomo D'Orea, con un grosso fascio di carte sotto il braccio si presenta sull'uscio, pure spalancato, dell'altra sala, e si avanza curvo, strascicando i piedi, affranto dal caldo e dalla fatica. Si ferma muto, ansante, con il cappello in mano dinanzi alla marchesa; guarda tutti con aria trasognata. Appena sente di che cosa gli vogliono parlare, cioè di un invito a pranzo per Remigia, il suo occhio si rianima, ed egli diventa persino espansivo.
— Sì, cara, sì, sì; io non posso venire e la nostra buona marchesa mi vorrà scusare, ma tu va, Remigia, va! Ne sono anzi contentissimo! Ti scrivevo adesso, figurati, per avvertirti che mi sopraggiunge l'inaspettato divertimento di due commissioni, una dietro l'altra, che non mi lasceranno quasi il tempo di pranzare e che mi porteranno via tutta la serata!
Remigia, è lietissima in cuor suo di questa circostanza, ma non lo fa capire...
— Devi pensare anche a te! Alla tua salute! Ti affatichi troppo, gioia, e io resto inquieta!
VII.
Remigia torna all'albergo allegrissima, con la testa montata dall'invito a pranzo e da Sua Eccellenza D'Entracques.
— Fanno un bel risalto i baffi neri, con i capelli bianchi. Rendono la fisonomia più giovane e più ardita. Quella missis Britton le fa dispetto.
— Innamorata ferocemente!