La trova troppo... genere americano. Niente finezza e troppo grassa.

— E poi è rossa, non è bionda!

Mimì Carfo, intanto, ha impiegate tutte quelle ore nell'aggiustare, nel mettere a posto anche la camera da letto di Remigia, lo spogliatoio, il gabinetto di toeletta. Mimì, ha posto ogni cura per togliere all'appartamento l'uggia dell'albergo e le fa ritrovare un po' del suo caro Pontereno, ch'ella crede, per tutti i sospiri e i brontolamenti di quella mattina, ancora desiderato e assai rimpianto. La buona figliuola c'è riuscita; a furia di picchiarsi le dita conficcando chiodi e chiodetti nelle pareti, le ha tappezzate di nuovo, con i mezzari, le stoffe, le stampe, con i mille gingilli, portati apposta da Bologna, e ha cambiato faccia a tutto.

Remigia, entrata di volo nella camera, senza nemmeno fermarsi nel salotto, si trova dinanzi agli occhi i ricordi, gli oggetti a cui è più affezionata, e ha lì sottomano tutto ciò che le occorre. Ma ella non grida al miracolo, e nemmeno si perde in ringraziamenti.

— Come siete state brave! — dice soltanto, comprendendo, in una sola approvazione, l'amica e la cameriera.

Subito annunzia l'invito a pranzo, ricevuto da Quanita, per quel giorno stesso e sedendosi sul taburè, ancora con in testa il grande cappellone di piume, raduna, d'urgenza, il Consiglio di stato:

— Che vestito devo mettermi per stasera?

— Quello celeste à paillettes!... — consiglia la cameriera.

— No! No! Quello bianco, à point d'Alençon, ricamato in oro!

L'Idola approva Mimì.