— Il bianco! Il bianco! E il trasparente rosa!... Sai, — dice alla Carfo appena rimangono sole, — Quanita, voleva invitare anche te; ma io ho risposto di no!... Me l'ha detto tardi e senza entusiasmo! E che vuoi? Avrò torto, ma quando si tratta di te, io divento fierissima...! Ho fatto male?
Remigia accompagna la domanda con un bacio e l'amorosa fanciulla la ringrazia, beata, commossa da quella straordinaria prova di affetto!
— Hai avuto ben ragione. Mimì cara, anche di non venire alla Camera!
— Volevo prepararti l'improvvisata di questa trasformazione...
— Che! La trasformazione poteva prepararla la Carolì!... Ti saresti seccata a morte! — Comincia a svestirsi. — Non puoi credere, mio Dio, come sono noiosi i nostri legislatori! Levami il cappello... Ti raccomando, gioia, di spettinarmi il meno possibile!
Mimì trattiene persino il fiato, poi, levato il cappello, torna a respirare.
— Hai conosciuto alla Camera qualche personaggio importante?
— No!... Cioè, sì! Uno solo! Ho conosciuto il ministro della Guerra. Ben inteso, non me l'ha presentato Jack! Lui, non ha tempo per queste cose! Anzi, quando si tratta di me, non ha mai tempo per nessuna cosa!... Scusa, Mimì cara, slacciami il nastro di questa scarpetta, io non ci riesco, — uff! — e divento nervosa!
Mimì prova e si rompe un'unghia. S'inginocchia per terra, e mentre Remigia continua ad arrabbiarsi e a pestare l'altro piede furiosamente, finisce a sciogliere il nodo aiutandosi un po' anche con i denti.
La Carolina entra intanto col vestito bianco e portandolo sollevato, alto da terra, lo distende sul letto.