Il largo piano della valle sottostante, attraversato dalla striscia torbida del Rodano, i bianchi villaggi delle due rive, i Châlets disseminati sul pendio dei monti raggruppati lungo la curva delle colline, tutto, insomma, il vasto paesaggio così verde, così vario e così colorito, sparisce a mano a mano sotto la nebbia fumicosa che si avanza e si diffonde, mentre le prime gocce cominciano a crepitare qua e là sulla terrazza.
— Non ti domando, Giove cane, altro che un po' di sole oggi e domani! Per rimpolpettarmi le ossa! Una grande famiglia di prim'ordine! Otto signori e dieci persone di servizio!
L'albergatore volge gli occhi dalla parte di Ginevra: buio; ancora più buio!
— Ahi! Ahi!... Quando la burrasca viene dal lago, ce n'è per una settimana!
Ad un tratto, per quanto il cielo continui a rabbuiarsi, la faccia del signor Trüb si rischiara.
È uscito sulla terrazza un cliente del primo piano, — camera d'angolo con salotto; — il barone Marco Danova.
— Signor barone, buon giorno! I miei rispetti, signor barone!
Ma il signor barone, un ex veneziano che in Alessandria d'Egitto a furia di rubare milioni ha perduto persino la pronunzia, non risponde ai profondi salamelecchi. È furente: il naso adunco sembra un becco minaccioso; il viso tondo, circondato dalla corta barbetta nera — troppo nera! — non è più giallo, ma verde.
— Al diavolo voi, e i vostri prognostici! Piove!... Non vedete? Piove! — Il terribile barone aggrotta le ciglia fissando il povero albergatore e incrocia le braccia sul petto. Rispondete, uomo barometro. Piove, sì o no?
— Quattro goccet...tine! — Il signor Trüb sorride amabile e rimane curvo a mezzo inchino. — Quattro goccettine, ma non fa niente!