— Dio, che maturanza! Se fossi costretta, nella mia vecchiaia ad espormi così, ai quattro venti, morirei di vergogna!

In quel punto il servitore annunzia la principessa Guendalina Capodimare. Remigia si volta...

— Ah, che respiro! Che sollievo!

La Capodimare è molto, ma molto più magra di lei; non è una donna, è un sospiro, un soffio, un'illusione di donna.

Remigia le va incontro, gaia, sorridente, dicendole già con gli occhi, prima ancora che con le parole:

— Oh, cara gioia!... Come sei bella!

In fatti la Capodimare sembra ancora più alta, tanto è snella, sottile, con un vitino da stringersi e, trac, da potersi anche spezzare con due dita. Molto più giovane di suo fratello, il marchese Pio, non gli somiglia affatto. È invece il ritratto parlante del conte d'Ermoli, persino nella singolarità dei capelli bianchi. La Capodimare ha varcato appena la trentina, ed è tutta bianca da sembrare incipriata! E ciò, non le nuoce; anzi, le accresce finezza e freschezza, mentre i grandi occhi bruni e le folte sopracciglia nere, spargendovi ombre e trasparenze, danno pensiero e danno poesia a quel suo visino ovale, d'avorio, così liscio e così levigato.

— Che meraviglia! Che splendore!

Ma ciò che più colpisce Remigia piacevolmente, non sono nè gli occhi, nè i capelli. È la verecondia che non ha nulla da temere. Anche Guendalina è scollata altrettanto e forse più di Quanita, ma sotto sei fila di grosse perle, tra le più belle di Roma, si nasconde e si scopre il petto liscio, levigato di un grazioso giovinetto magro, di quindici anni.

— Com'è bella Guendalina! — Remigia e il generale parlano insieme, sottovoce, tra il susurrio brioso della tavola. — È un'apparizione! Un sogno!