Sparite le prime nubi addensate dalla florida e accesa bellezza di Quanita, ella è allegra, briosa, amabile con tutti... anche col rugiadoso, ma temerario marchese Pio, al quale poco prima, in carrozza, ha fatto perdere il colore e il fiato, con la punta del piedino e con due parole sole, ma secche secche!
Con lo Champagne, crescono d'un tono, le voci e le risa. Portando il bicchiere alle labbra, Remigia guarda a lungo il D'Entracques, come sa lei, in fondo agli occhi, mormorando pianino:
— Alla salute di chi governa!
La marchesa si alza con un cenno gentile del capo; si alzano tutti. Si va in un altro salottino, più fresco, — ha un grande balcone aperto che dà sulla strada, — a prendere il caffè. Passando la soglia, il giovane senatore che si curva assai per poter parlare sottovoce a donna Remigia, la sfiora un attimo, perde il passo, e le pesta lo strascico.
— Pardon!
Ella alza gli occhi, lo guarda, sorride. È rossa rossa... Perchè?
È lo Champagne?... È il D'Entracques?... Sono... tutt'e due?
Lì, attorno al tavolino del caffè, i commensali si raggruppano. L'intimità si fa più cordiale e più espansiva. Soltanto il timido Paparigopulos, al quale la principessa Capodimare non rivolge quasi mai la parola, altro che per contradirlo o per strapazzarlo, «sen va bighellonando» solo solo, attorno al salotto guardando, toccando, voltando le figurine di Saxe nei palchettini, osservando i quadri appesi alle pareti e che da un pezzo sa a memoria.
Remigia ha abbracciato due volte Guendalina; adesso va in estasi per le sue perle:
— Che splendore!... Che meraviglia! — Le guarda, le tocca, ne solleva i fili e si accerta con compiacenza che sotto quelle gioie, non ci sono altre gioie più vive.