Le signore s'infuriano, il marchese Pio soffia, sbuffa, poi passando dalla collera alla disperazione geme piagnucolando, mentre il Paparigopulos, approvando a collo storto, guarda di sottecchi la Capodimare per ben capire quale dev'essere la sua opinione.

Proprio in quei giorni, in una piccola chiesa vicina al ponte di Ripetta, una Madonna, ch'era sempre stata tranquilla e giudiziosa sul suo altare, si era messa improvvisamente, a girar gli occhi. — Miracolo! Miracolo! — comincia a gridare il popolino. La folla, donne, uomini, ragazzi, si pigia nella chiesa e in tutta la piazzetta circostante, dall'alba alla sera. La Madonna, intanto, preso gusto a far miracoli, non si ferma al primo: ne fa di nuovi tutti i giorni. Ridà la vista a un cieco, ridà la forza e l'uso delle gambe a un paralitico, e ad una povera donna, venuta apposta fin da Cava Salara, cambia un cattivo tumore in una buona gravidanza.

Si fa un gran parlare della Madonna, del miracolo, della fede... della mistificazione e della superstizione. Dalla cronaca del Messaggero, la notizia si diffonde negli altri giornali di Roma, anche i più gravi. Chi discute il fenomeno, chi tira in ballo il misticismo, l'ipnotismo e chi la bestia umana. Poi si comincia a gridare, a strepitare pro e contro. La folla lascia dire, sbraitare, scrivere, e continua ad addensarsi sempre più fitta, più infervorata nella chiesa, nella piazzetta, tutt'intorno, quando una sera, tre quattro anticlericali del circolo «Arnaldo» si cacciano in quella fiumana, fischiano, sghignazzano, urlano: — Se la Madonna muove gli occhi è perchè i preti tirano i fili!

Dietro i fischi segue qualche pugno, qualche sassata, poi giù, botte da orbi, finchè arrivano i carabinieri, le nappine azzurre e dopo i tre squilli soliti, e che al solito si odono e non si odono, tra i più scalmanati vengono acciuffati sette o otto e dentro, in guardina! — Il giorno dopo sono rimessi tutti in libertà, e chi non ha avuto la testa troppo rotta, se la riporta a casa. Ma poi, la sera, si torna da capo: fischi, botte, squilli e arresti.

Intanto nei circoli clericali e anticlericali, cominciano le assemblee, gli ordini del giorno, le proteste e per la domenica prossima sono indetti due grandi comizi, uno degli anticlericali, contro la superstizione che agli albori del secolo ventesimo, reca offesa a Roma intangibile; l'altro dei clericali contro i nemici della Religione e della libertà della Chiesa nella Roma cattolica.

Le scene, le dimostrazioni continuano. Siamo al sabato sera. Prefetto e questore, visto che la Madonna si ostina a far d'occhietti, per «misura d'ordine pubblico» fanno chiudere la chiesa e mettono un cordone di carabinieri e di guardie, per impedire l'accesso alla piazzetta.

— È un'indegnità! È un darla vinta ai nostri nemici, che sono poi anche i vostri! I nemici della Religione, sono i nemici delle Istituzioni! — strilla la marchesa Quanita con tutta la potenza delle sue belle note di petto, e con tutta la foga e l'impeto meridionali.

La Capodimare cambia faccia, colore, cambia l'espressione degli occhi e cambia la voce. Tutt'e due, le signore, sono infuriate contro Sua Eccellenza, il generale D'Entracques, il quale, in mezzo a due fuochi, resta fermo, a cavallo, tra la galanteria e la politica. Tranquillo, sorridente, non getta a mare il Prefetto e il Questore e nemmeno li difende. Egli cerca, con qualche mezza parola, di far intendere la ragione, non alla marchesa, nè alla principessa, — cosa impossibile, — ma a donna Remigia.

Remigia, in fatti, sente in questo momento la responsabilità della donna al Potere, della Ministressa. Si tiene, con tatto e con prudenza, al di fuori della mischia, e mentre il marchese Pio continua a mormorare con la voce strozzata dalla bile, — Rabbagasse! Rabbagasse! — ella fa un po' come il Paparigopulos, che senza mai guardare in faccia nessuno, continua a spalancar la bocca maravigliata e a far profondi inchini di consenso e alle signore che accusano e al generale che si difende.

— Dite che è una delle solite prepotenze che vi vengono imposte da chi vi ha presa la mano e finiamola! — grida la Capodimare.