Donna Maria non sa che cosa fare. Deve aspettare in piedi?... Può andare a letto?...
È già sonata mezzanotte, quando Andrea esce dalla camera del padrone. Ella, sottovoce, lo chiama dall'uscio del salotto, per sapere qualche cosa.
— Il signore è andato a letto. Mi ha ordinato di non entrare in camera domattina e di non svegliarlo assolutamente; nemmeno se arrivassero dispacci. Domani, vuol dormire tutto il giorno.
— Allora... buona notte!
— Buona notte, signora. — Andrea s'inchina profondamente e sparisce in punta di piedi, nel corridoio deserto e buio.
Invece, la mattina dopo, don Luciano è in piedi prestissimo. Lindo, profumato, tutto bianco nell'abito di tela, e con il piccolo panama dall'ala calata sugli occhi, non è più il mostro della notte. — Anzi, don Luciano, pallido, coi piccoli baffetti biondi, rivolti in su, è piuttosto un bel giovinotto, sebbene calvo. Della sera avanti non gli è rimasto altro che il cattivo umore.
Donna Maria, per buona prudenza, s'è alzata presto anche lei. Lo trova che brontola col portiere per le zanzare, le mosche e per il pessimo servizio telegrafico.
— C'est détestable! Assurément, vraiment détestable!
Poi, subito, appena si è impinzato rabbiosamente di burro, di miele, di pane tosto e s'è gonfiato di latte e cioccolatta, comincia le scene di gelosia.
La gelosia di don Luciano è una gelosia... in cui l'amore non c'entra affatto. C'entra la vanità, il capriccio, la boria di poter dire «a me non la si fa», ma c'entra, soprattutto, il sentimento dispotico, arrogante del padrone, il vanto di poter avere e godere lui solo, quello che gli altri desiderano e invidiano. Don Luciano è geloso dei suoi cavalli, del suo cocchiere, del suo chauffeur e di sua moglie: anche questa proprietà sua, roba sua.