Quando torna da Parigi, peggio che mai: è geloso frenetico. Egli riversa e fa scontare alla moglie anche tutta la gelosia atroce che gli ha fatto e gli fa soffrire Fanfan, ma che è costretto a dominare. Fanfan, è vero, gli costa più che non gli sia costata la duchessina Moncavallo, ma per questo non ha mai voluto essere «roba sua». Oh, con Fanfan non si fanno scene! Con Fanfan non si fa l'Otello! Guai! Si provi una volta sola don Luciano, a fare il prepotente e il noioso: è già bell'e pronto il miliardario americano mister Kennet, il re della glicerina, che aspira a un posto di successore nel gran cuore della Trécoeur!... Così, la moglie virtuosa, paga anche per l'amante irresistibile, ma poco resistente!
Maria Grazia, non dà mai il più piccolo motivo di gelosia; ma questo non vuol dire che a Luciano manchino i pretesti. A Bex, il pretesto è un povero giovane tisico, in viaggio per il sanatorio del Mont Blanc, a Leysin.
Donna Maria ha soltanto scambiata con lui qualche parola, a distanza, da una poltrona all'altra della veranda, e presente, s'intende, l'oculato Zaccarella. In quella giovane signora dai nerissimi capelli, dagli occhi nerissimi, pensosi e profondi, l'infelice sogna Napoli, Roma, Venezia; l'Italia, della quale è innamorato, sebbene non abbia mai potuto fermarsi che a San Remo e a Bordighera. Il viaggio in Italia è il sospiro suo per quando sarà guarito, e intanto rivolge a Donna Maria sempre le stesse interrogazioni sul Ponte dei Sospiri, i Piombi e i migliori alberghi di Venezia, su Pompei, il Vesuvio e la Funicolare, sulla casa di Dante e di Giulietta e Romeo, e domanda che cosa vuol dire piedigrotto o piedigrotta.
Quella mattina, appunto, mentre i D'Orea fanno colazione, il giovane inglese pallido, sparuto, si avvicina a Maria Grazia per congedarsi: parte in quel momento per Leysin.
Don Luciano lo guarda bieco, risponde al saluto, senza nemmeno alzarsi, poi, appena l'altro volta le spalle, assale di domande la moglie per sapere come, quando, in che modo ha conosciuto quell'importuno; e appena di sopra, soli, dà in escandescenze. Maria non risponde, non dice più una parola; ma Luciano non si calma, tutt'altro.
— Avvertite il direttore, — ordina al signor Zaccarella — da oggi in poi, colazione e pranzo qui, nel mio appartamento.
E continua tutto il giorno a gridare, a interrogare, a far scene, a far processi. Siano presenti il signor Zaccarella, la Nunziatina, anche il servitore e i camerieri poco monta, egli continua lo stesso, anzi, quando c'è gente si riscalda di più. Continua tutto il giorno, tutto il giorno!
Maria, pallidissima, non risponde, non dice mai una parola. Soltanto la sera, a pranzo, quando Luciano, che divora come una belva, comincia a tacere, le si riempiono gli occhi di lacrime. Non è dolore; è oppressione, è stanchezza. Stanchezza dei nervi. Sono i suoi nervi che non ne possono più, proprio più!
Dolore no. Il dolore, come l'amore, e ciò che un'anima nobile, squisita, ha di più bello, di più alto e di più puro. Dolore no. È troppo fiera per sentir dolore di quell'ingiustizia sciocca e vile, vile e sciocca. Suo marito è un ragazzo viziato e malato, un pazzo. Ella ne sente compassione; non vuol ancora disprezzarlo. Ma che stanchezza! Come si sente stanca, affranta, moralmente e materialmente.
È orribile quella vita; e non potersi sfogare con nessuno!