— Queste sono verità!

— Ssst!... Silenzio! — Cincino D'Ermoli, si avanza dal balcone nel salotto. — Se continuate così, vi farete sentire anche in istrada!

Bisogna calmarsi, bisogna cambiar discorso, anche perchè entrano i servitori che portano il tavolino del tè e quello delle ghiacciate.

VIII.

I gelati e il tè, rimettono la calma nel mare procelloso.

La marchesa Quanita, che quella sera soffre oltremodo il caldo, ritorna sul balcone a fumare sigarette, a sventolarsi e a ridere saporitamente, con certe risatine tremolanti, da solletico, mentre Cincino in francese, in inglese e, quando gli occorre d'esser più pittoresco, in pretto romano, fa un accurato inventario di tutte le bellezze esposte e mal nascoste.

A un certo punto, per altro, appena ella vede apparire una carrozzella in fondo alla strada, manda in fretta Cincino in cerca del fazzoletto: nella carrozzella che passa di corsa si scorge mezzo in ombra e mezzo illuminato dallo sprazzo dei fanali, il bel giovanotto dalla barbetta rossa che guarda in su, verso il balcone, sorride e non saluta...

— Grazie, Cincino!

Il D'Ermoli si avvicina con il fazzoletto e ricomincia, tra l'annoiato e l'insolente, a dire «spiritose sconcezze» alla cognata, mentre nel salottino i rimasti, tra la conversazione che langue e le occhiate che diventano più espressive, si appartano e si riuniscono a due a due, secondo l'attrazione. Ma... sono in cinque: la principessa e il Paparigopulos; Remigia e il D'Entracques... Al povero marchese, per appartarsi in buona compagnia, non resta che l'Italie.

La conversazione tra la Capodimare e il cavalier Paparigopulos, procede in un modo curioso: qualche parola forte, il nome d'un romanzo recente, di un'opera di musica, oppure «Sua Santità» — «Vaticano» e tutto il resto del discorso bisbigliato pianissimo.