— Eccolo!
— Il Rabbagasse!
Le due signore siedono, con molle abbandono, una sulla poltrona, l'altra sul canapè e tutt'e due, istintivamente, guardano verso l'uscio con l'espressione felina di due giovani pantere in agguato, che sentono l'avvicinarsi della carovana. Mostrano pure i denti bianchissimi, sempre pronti... al sorriso.
È vero ciò che ha detto Giacomo a Remigia e a Mimì Carfo: il suo sottosegretario di Stato ha la smania delle signore! Belle o brutte, vecchie o giovani, non importa, purchè siano della più alta aristocrazia. Soddisfatta l'ambizione, Sua Eccellenza Leonida Staffa si sente preso dalla vanità. Cosa naturale: placata la fame, si comincia a soffrire la sete.
Le signore, anzi le dame! Le vere, le gran dame! Quelle proprio di Roma, le classiche, i nomi storici, le prime del mondo!
— Che splendore! Che fascino! E che desiderio, che ansia di poter penetrare in quel tempio, sacro alla storia!
— Le principesse romane!... Che cosa grande!
Belle o brutte, giovani o vecchie, egli le sbircia, le occhieggia da tanto tempo, e — ahimè! — sempre da lontano! Si può dire che egli è nato con quella voglia in corpo!
Giovanissimo, quando ancora faceva le prime armi repubblicane, scaraventando dalla Bandiera bottiglie d'inchiostro rosso, di un bel rosso puro, prettamente plebeo, contro i favoriti e le Favorite, — con la effe maiuscola, — della lista civile, egli mandava pure alla Bizantina gli «asterischi del contino Ipsilon» che scriveva di straforo, tingendo la penna nel più azzurro e araldico giulebbe e lardellando la sua nobile prosa di eburnee spalle regali, di incessi sovrani, di maestà matronali, di crême, di fine-fleur e di high-life. Con gli anni, evolvendosi ed elevandosi, diventato a mano a mano direttore di giornali e di riviste, democratico in politica e aristocratico in letteratura, creato segretario o presidente di tutte le missioni e di tutte le Commissioni, nominato all'Università professore ordinario, per un caso straordinario e, finalmente, eletto deputato, il contino Ipsilon comincia a poter vedere le gran dame, quelle della vera haute di Roma, un po' più a suo agio, alla Camera, ai Lincei, alla Palombella.
— Che cosa grande!... Tutte le altre, le signore della provincia, non sono che donnine e donnette in confronto della vera donna Romana! Saranno carine, eleganti, avranno il gusto, lo chic parigino; ma la signorilità principesca delle romane?