— Staremo a vedere!

Il D'Orea, ricambia subito i biglietti e Leonida si mette in marcia alla conquista dell'hôtel de Rome, sospettoso, minaccioso, armato di tutta la sua fierezza ex-repubblicana e ancora... quasi radicale.

Sua Eccellenza domanda al portiere se la signora D'Orea riceve con più burbanza, certo, di quello che avrebbe spiegato la stessa vecchia Moncavallo; ma aspettando la risposta nel salone terreno, lancia un'occhiata nello specchio: tutto va bene! La zazzera spruzzata di fresco è olezzante; i baffi e il pizzo arricciati e rilucenti di brillantina.

— Staremo a vedere!

Quando si presenta Giovanni, il servitore, egli lo accoglie di piè fermo, come l'araldo di una potenza nemica. Lo ascolta senza batter ciglio, imperterrito e muto e lo segue impettito. Giunto in anticamera, sempre senza una parola, gli consegna il cappellone. Ma lì, proprio lì, sul punto di varcare la soglia del salotto è colto da un senso stranissimo di timidezza. Per ciò, per vincersi, si presenta ancora più sostenuto, aggrottando la fronte luminosa... Ma quando esce, un'ora dopo, è inebriato, entusiasmato; è in estasi!... È vinto.

— Cosa grande!

Donna Remigia è stata amabile, briosissima, ma la Capodimare, — la principessa, — è stata addirittura incantevole! Quanta nobiltà! Quanta signorilità! Che grazia! Che finezza!

— Cosa grande!

Nè l'una, nè l'altra, ben inteso, hanno parlato di radiotelegrafia o di Cincino D'Ermoli. Non si parlò del ministero e nemmeno di politica. Ma invece di arte, di letteratura, del paesaggio Romano e della conferenza per il giorno dopo ai Lincei, tenuta da Kristian Höye, uno dei compagni di Nansen. Le signore ci vanno, ci va anche lui e riesce a sedersi dietro le loro seggiole.

— Stasera che fai, Guendalina? — domanda Remigia all'amica, durante una pausa del conferenziere.