— Non so; vuoi che andiamo al Costanzi? All'Iris?
La Manon era stata rimandata per una delle solite indisposizioni réclame, di Fanfan Trécoeur.
— Sì, gioia; benissimo! Andiamo all'Iris. — E così resta fissato.
Leonida che sta con l'orecchio all'erta e che ha sentito tutto il discorso, va lui pure, la sera, al Costanzi; domanda al camerino del teatro il numero del palchetto della moglie di Sua Eccellenza D'Orea e trova il modo di avere una poltrona proprio sotto.
Il saluto che riceve dalle due signore è assai lusinghiero: è quasi l'invito per una visita.
— Ci vado?... Non ci vado?... — Questo è il problema che occupa per tutto il primo atto lo spirito di Leonida Staffa. Quando cala la tela si risolve, si alza.
— Staremo a vedere se anche in pubblico, sono quelle stesse di ieri.
Per mantenere l'equilibrio tra la etichetta e la democrazia, Sua Eccellenza Leonida Staffa si è vestito, quella sera, con una giacca che può passare per uno smoking, ovverosia con uno smoking che può passare per una giacca. Dà un colpo forte al cappellone, lo schiaccia, lo tiene sotto il braccio come un gibus, entra pianino nel palchetto ed eccolo seduto, finalmente, in faccia alla duchessa e di fianco alla principessa.
È lì, al Costanzi, mentre Iris spiega le sue belle maglie rosa alla gran luce del Joshiwara, che la principessa raccomanda Cincino a Sua Eccellenza.
— Se la cosa fosse possibile... Se lei volesse, gliene sarei tanto, tanto, tanto riconoscente!