Luciano ha una voce che egli vanta di tenore, ma che, invece, è di pecora, di vitello, di vari animali insieme. Nei giorni lieti canta per ore e ore e Maria deve accompagnarlo, applaudirlo e divertirsi. Fedele, in musica, quando comincia con un'aria, canta sempre quella per tutta la stagione. Adesso, forse in omaggio a Fanfan, il suo cavallo di battaglia è l'aria, anzi il duetto della Traviata: «Un dì felice, eterea — mi balenasti innante...» E fa tutto lui, anche il soprano, pur di arrivare a sfogarsi e a sgolarsi a «quell'amor ch'è palpito!»
Lì, a Bex quella sera, due o tre vecchie inglesi dell'albergo, vanno addirittura in estasi al «di quell'amor...» Il D'Orea è gongolante, è felice. Gli applausi, come il suono dell'arpa davidica, mettono in fuga gli spiriti maligni, ma quando il trionfo è più strepitoso, arriva dalla stazione un telegramma d'urgenza a rompere in un attimo il benefico incanto.
«Luciano D'Orea — Grand hôtel de Bex».
«Après succès Joujou, éclantant, inoubliable, unanimement constaté, engagée pour créer le rôle de Germaine, dans Le corset envolé. Pour ma petite course à Lausanne il faut attendre la semaine prochaine. Tous mes regrets, tous mes adieux.
Fanfan».
Luciano, dietro quel dispaccio, vede apparire il fantasma del re della glicerina. Pianta lì il suo pubblico, maravigliato, e se ne va via di colpo. Sua moglie, il signor Zaccarella, lo seguono inquieti, arrischiando appena qualche domanda.
Don Luciano soffia, sbuffa, poi risponde che non vuol nessuno.
— Via tutti!... Tutti a dormire!... Sarò padrone, almeno una volta, di restar solo!... Di poter respirare! Non sono uno schiavo, finalmente!... Via tutti!... A dormire! Che vita! Che vita! Che inferno!
Corre solo, a piedi, alla stazione. Strepita con l'impiegato che a quell'ora, di notte, non vuol aprire l'ufficio, e telegrafa. Telegrafa prima ordini e minacce, poi, quasi subito, telegrafa di nuovo, chiedendo perdono, concedendo tutto, supplicando.
Maria lo vede capitare in camera sua, stravolto, mentre sta per andare a letto.