Che notte! Che notte orribile! Nessun rispetto, nessun ritegno. Baci furiosi e rimproveri atroci. Accusa Maria di non aver cuore, di non aver mai avuto cuore! È una donna fredda, di ghiaccio! Egoista, superba e niente altro! Non sa voler bene, non gli vuol bene! Ha voluto un marito, s'è venduta a un marito, per farsi mantenere lei, e tutta la sua famiglia!
Poi Luciano sospira, si dispera.
— È il mio destino! È il mio destino infame, di non essere amato da nessuno, da nessuno!
Si rivolta nel letto smaniando, gemendo, e finisce con lo scoppiare in lacrime. Sono lacrime vere.
Maria ne sente prima ribrezzo, terrore, sdegno. Poi, quando lo vede piangere, disperarsi a quel modo... finisce ancora per sentirne compassione e pietà.
V.
Passano così, non allegramente, vari giorni, e Luciano D'Orea non accenna nemmeno alla partenza per Villars. E se non ne parla lui, gli altri, naturalmente, non fiatano. Qualche volta Maria Grazia, per tastare il terreno alla lontana, gli comunica i saluti della madre o dello zio: Luciano cambia subito discorso.
Che cosa pensa di fare?... Rimanere a Bex tutta l'estate? Chi sa!
Continuano le strapazzate, le furie gelose e la sera «l'amor ch'è palpito...» Poi Luciano, d'un tratto, muta d'umore. Non grida più, non strapazza più, non canta più, ma forse si sta peggio di prima! Egli è diventato muto; — tutti muti! Se per forza gli si deve domandare qualche cosa, non risponde. Bisogna sempre indovinare, e non si indovina mai! Non ha fame, non vuol mangiare: a tavola respinge i piatti e li fa portar via con un atto di collera, prima ancora che gli altri abbiano potuto servirsi. La Traviata, s'intende, è messa da parte.
Donna Maria e il signor Zaccarella passano tutta la sera in giardino, dove si soffoca, a sentirlo soffiare e sospirare.