Ha un impeto di dispetto e di collera. Si volta di colpo, prende, stringe la mano della Carfo, la bacia e la ribacia furiosamente: — A Roma vi trovo ancora più deliziosa, deliziosissima!...
Remigia, per calmarlo, geme più forte: — Non ho potuto avere un giorno libero, nemmeno per la mia mammà! E sospiro l'ora, il minuto di vederla, di poterle telegrafare: vieni a Roma! Oh, mammà, la mia mammà, gioia, tesöro!
— Ma sì! Ma sì! Deliziosissima! — continua a ripetere il conte Narciso sempre rivolto, ostinatamente, a Mimì Carfo e passando, con gorgheggi e falsetti dalle note di petto alle note di testa. Poi si guarda nello specchio, — oh, santo Guìo! — Si trova orribile, orrendo! — Corro, volo a far toeletta!
È un pretesto. Vuol punire la crudele, che abborre, con l'immediato abbandono! Fa un bell'inchino, piegando il collo con un attuccio vezzoso e premendosi la paglietta sul petto con tutta la mano aperta, se ne va scivolando a passo di valtzer, senza nemmeno rispondere a donna Remigia che gli grida dietro con affettuosa insistenza:
— Alle sette precise!... Si ricordi!... Anche prima.
Infila le scale, infila il portone dell'albergo; passa una carrozza vuota, ci salta dentro gridando al cocchiere:
— Hôtel Milan! — Poi pensa fra sè: — Torno a Bologna, certo, certissimo, con la prima corsa!... Niente pranzo, alle sette! Scrivo due righe asciutte e non ci vado. No, no, e poi no! Faccio proprio così!
Per suo maggior tormento, a Roma, donna Remigia gli sembra molto più bella!... Bellissima! Mostro!
— Forse, chi sa? Chi sa? Ho avuto torto! Ho preso tutto troppo alla lettera, senza riflettere che c'erano presenti Mimì Carfo e il Berlendis!
Arrivato sul portone dell'albergo, ha già deciso: resta.