— E... le due righette di... simpatica introduzione?

— Vada subito al Ministero dei Lavori Pubblici; Sua Eccellenza Leonida Staffa lo aspetta. Adesso, al telefono, gli ho parlato anche di lei. Sa che l'avvocato Berlendis è persona di mia piena fiducia e mio grande amico.

— Però... anche un semplice bigliettino suo...

Remigia, in fretta apre la cartella, trova un biglietto di visita, vi scrive sopra col lapis: «Eccole, caro Staffa, il primo e il più amato dei miei simpaticoni di Bologna...» e lo dà al Berlendis.

— A lei, prenda; come passe-partout!

X.

Il pranzo è squisito e sotto l'occhio vigile del signor Zaccarella che sorveglia camerieri e servitori, tutto procede con buon ordine e speditezza.

Donna Remigia è allegrissima, al contrario del generale D'Entracques e del conte Gambara che sembrano, l'un contro l'altro armati... di sussiego e che allungano il muso a vista d'occhio.

Il marchese Pio, invece, osserva i rivali di nascosto, sorride e gusta maggiormente i bocconi ghiotti. Egli ormai s'è messo il cuore in pace. Fa sempre, quando può e come può, la sua corte umile e devota alla bella duchessina «così tenera e magrolina»; ma dopo il colpo di piedino negli stinchi e il rabbuffo toccatogli in carrozza, è cauto, guardingo, prudentissimo e, persuaso di non ottenere di più, si accontenta delle «bricioline». Bacetti sulle manine, parolette nelle orecchine rosee, trasparenti, parolette soffiate sul collino sparso di pellolino biondo, il collino ideale, gracile, di una adolescente; toccarle, quando capita, ma toccarle appena, come una reliquia, le braccine ignude... e basta. Il resto... indovinare, immaginare e ruminare!

Ha capito che è stato quel vecchio don Giovanni pietrificato del D'Entracques a dargli il gambetto e gioisce vedendolo imbronciato e tormentato dalla gelosia.