Remigia lo guarda affettuosamente.

— Parta... domani.

— Come? — Narciso si sente venir freddo. Invece di opporsi, lo lascia partire... proprio, ma proprio?

Donna Remigia fa versare i bicchierini di cognac al signor Zaccarella, riempie un'altra tazza di caffè, con molto zucchero che fa portare da Mimì all'avvocato Berlendis, poi soggiunge sottovoce, intercalando alle parole gli sguardi teneri, espressivi:

— Mio marito è venuto all'albergo, prima del suo pranzo, per vestirsi. — Una pausa e un'occhiatina. — Quando ha sentito che lei era a Roma, non si è mostrato molto soddisfatto!

— Come, come? — Il conte Narciso e il suo naso, diventano un punto d'interrogazione.

— Non che sia geloso, ma tutto gli dà ombra... sempre per quei socialisti! «Ricordati, — mi ha detto, — finchè sono al Governo e siamo a Roma, tutto serve per i nemici delle Istituzioni... Specialmente, la moglie, quando si tratta di mettere in ridicolo il Ministro...»

— Ma io sono qui per affari, proprio così, insieme all'avvocato Berlendis?

— L'avvocato Berlendis parte domani; domani deve partire anche lei. Il mio Jack, tesoro, non è cattivo e non è sospettoso, ma è molto meglio per noi, — il per noi è detto in modo da far ritornare un po' di caldo al giovane innamorato, — che l'osservazione non si ripeta. Creda a me, non è bene, non è prudente che mio marito, ci ritorni sopra un'altra volta. Pensi... noi restiamo qui ancora pochi giorni, poi le noie, le fatiche di Napoli, della Spezia, di Venezia e finalmente a Pontereno, per tanti, tanti mesi e sola! Ritorni adesso a far la corte, molta corte, a Mimì Carfo. Sarebbe un vero peccato compromettere tutto... per niente!

Il povero Narciso non sa se rallegrarsi, se dolersi; nell'incertezza geme.