Si è imposto con l'autorità dell'intelligenza e del lavoro; con la rettitudine e la semplicità della vita. Si sarebbe detto che in quell'uomo mingherlino, dalla barbetta rada e già brizzolata, che in quella testa quadra di lavoratore, si fosse accumulata l'energia produttiva di secolari generazioni, che in lui fosse però scomparsa ogni rozzezza atavica, ogni lievito di grettezza e di cupidigia. Egli è il nepote di una schiatta forte e utile, che anzichè degenerare, procede con lui e per lui verso una perfezione armonica e vittoriosa. Egli ha compresa l'età sua nelle caratteristiche buone e cattive, nello spirito egualitario e sovvertitore, nelle energie e nelle audacie. Egli ha intuito quell'assioma economico che i finanzieri del nord-america respirano nell'aria del loro paese; cioè, che il possedere molto danaro è una gran buona cosa, che il possederne moltissimo è una cosa ancora più buona e più bella, ma che, d'altra parte, i milioni e i miliardi non valgono un dollaro e nemmeno un penny, se nella fatica angosciosa di accumularli non si mette da parte quel tanto di tempo, d'ingegno e di salute, che occorre per saperli godere.
Nel salire al trono... di casa sua, Giacomo D'Orea ha tutto saputo, tutto veduto e quindi tutto rinnovato e migliorato. Nelle sue molte aziende rurali, egli ha recato i criteri suoi e lo spirito di previdenza, di assistenza e di cooperazione proprio dei nuovi tempi.
Industriale di ampie vedute e anche un po' artista, ha sempre posto in tutto quello che ha fatto e creato, uno schietto sentimento di armonia e di bellezza. Ha dato il suo consenso e il suo nome alle imprese più simpatiche e originali, mantenendosi nei rapporti nuovi, complessi e difficili lo stesso uomo fiero e forte, sotto un'apparenza mite e quasi timida, semplice e serio, conoscitore pronto ed arguto di sè stesso e degli altri.
Senza spiccate predilezioni per la politica, ha però dovuto dedicarvisi. Onestamente liberale in tempi in cui molti lo sono disonestamente, è presto eletto deputato e dopo un paio di legislature, in uno degli ultimi ministeri della destra rosea, il portafoglio delle finanze gli è inflitto come un dovere verso il partito e verso il paese.
Non è certo la coltura, non è l'intuito, non è l'energia che gli facciano difetto. Gli manca, invece, quella virtù o vizio — secondo i casi — che lo Spencer chiama «l'adattabilità agli ambienti».
Alla mancanza di sincerità e di probità politica egli non ha voluto, nè saputo piegare. Dopo pochi mesi di governo, mentre è tutto infervorato in un piano di riforme nel quale vede un rinnovamento economico del paese, si trova di fronte alla necessità politica di tergiversare, di rinunciare al meglio delle sue idee per manipolare una delle solite «esposizioni finanziarie» a base di transazioni, di lustre, di ipocrisia e di falsità. È preso da un impeto di sdegno. Tutto il suo orgoglio di galantuomo si ribella alle pretese dell'affarismo e dell'arrivismo che gli si stringono d'attorno ed infischiandosene della crisi e dello scandalo, lascia il governo per tornare ai suoi stabilimenti industriali, a' suoi poderi e alle sue imprese.
Vi torna senza rimpianti e senza amarezze, ma più istruito e più cauto. Del suo intermezzo politico parla il meno possibile e con una discrezione degna del sapiente antico. Della gloria del potere non gli è rimasto che il titolo «Sua Eccellenza» e soltanto nella spagnolesca e fastosa espansione meridionale dei parenti e dei clienti di sua cognata: e nemmeno, ben inteso, in presenza sua.
Egli si chiama e vuol essere chiamato semplicemente Giacomo D'Orea, — anzi Dorea — senza apostrofe. Non nasconde, ricorda compiacendosene, le origini umili, bottegaie della sua famiglia. «Molini e mortadella» come diceva sdegnosamente missis Eyre al signor Trüb. L'apostrofe, il don sono innovazioni di quel sempiterno ragazzaccio di Luciano! Giacomo ha cominciato coll'arrabbiarsene, e ha finito per riderne... e ne ride, specialmente, con la zia Gioconda, una vecchietta vicina agli ottanta, ancora piena di salute, di buon senso e di brio che vive in campagna, perchè non ha mai saputo risolversi a mettersi il cappellino, come le contesse, e che manda saluti, auguri e regali a tutti quei «vicerè spodestati dalla nuova corte di Nannetto», dai quali non ha mai voluto e non vuol lasciarsi vedere... per paura di farli arrossire!
A proposito di quel «don» nuovo di zecca di Luciano, la zia Gioconda diceva scherzando a Giacomo, per metter pace:
— Fra tanti titoli e blasoni, duchee, marchesati e principati che Nannetto ha fatto perdere a sua moglie, sposandola, ha trovato, in camera da letto, quel piccolo don e lo ha tenuto per sè!