Mimì Carfo si alza, ma non ha il coraggio di andarle incontro; lascia che la prima notizia le sia data dal signor Zaccarella. Il dottor Davos, un po' inquieto a sua volta, fa qualche passo su e giù meditabondo, preparando in mente ciò che dovrà dire alla duchessa D'Orea, che non gli ispira nessuna confidenza e nessuna simpatia.
Il signor Zaccarella ritorna subito, con la faccia ancora più costernata e si ferma sull'uscio che tiene aperto. Remigia entra: si ferma ritta, in mezzo al salotto.
— È così, dottore? — È rossa, ansante. — È così?
— Mah! — Il dottore, un omettino piccolo, magro, assai sparuto e tutto nero, — vestito, barba, capelli, — allarga le braccia: — Mah! — Sono neri anche i pronostici.
Remigia batte ripetutamente il piedino sul pavimento:
— Si spieghi, la prego, e faccia presto. Vede, come son nervosa! Mio marito, come sta?
— Ora dorme. La crisi è superata.
— Dunque sta meglio?
Il dottore non risponde; crolla il capo.
— Non esageriamo, dottore, per carità!... — Remigia siede sbuffando mentre Mimì le leva il cappellino. Lo Zaccarella sta in guardia sull'uscio. Siede anche il dottore, accavallando una gamba sull'altra.