— Permetterà, dottore... — l'espressione di Remigia è solenne ed eroica. — Permetterà che io voglia molto bene anche alla mia patria!

Il dottore si alza e fa un profondo inchino.

— Si figuri! Soltanto, per il momento, mi pare che suo marito, corra più pericoli della patria! — Il dottor Davos anche quando è ironico, non ride mai. Si rivolge, sul punto di congedarsi, a Mimì Carfo, come continuando un discorso già incominciato e non nascondendo la propria indifferenza e la propria sfiducia verso la duchessa Remigia e il signor Zaccarella.

— Il fisico di quell'uomo è stato logorato dal lavoro e dai dispiaceri!

— Dispiaceri?... — Remigia non può trattenere una risatina. — Il mio Jack, tesoro, è sempre stato felicissimo!

— Sempre! Felicissimo! — ripete da lontano, come l'eco, il signor Zaccarella.

— L'onorevole D'Orea, — continua il dottore sempre rivolto a Mimì, è affetto da un vizio al cuore, non congenito ma acquisito, e il caso d'oggi ne è una conseguenza. Bisogna cambiar rotta. Assoluto riposo del cervello, la calma più completa del sistema nervoso. Non più politica e non più affari. Per mesi e mesi, se vuol rimettersi, deve fare una vita puramente materiale; deve vegetare, in campagna: quiete, quiete, quiete. Non ho altro consiglio da dare.

— Scusi, dottore, un momento. Parli anche con me; sono io la moglie di Sua Eccellenza, e spieghiamoci chiaro. Non crede lei, che seguendo in tutto, alla lettera, questo suo consiglio, non si vada incontro ad un altro pericolo?

— Precisamente, — mormora lo Zaccarella.

Mimì tace, sospira, il suo cuore è stretto stretto. Sente che il dottore ha ragione, ma che anche il sacrificio che s'impone a Remigia è troppo grande, e geme, muta, con tremiti angosciosi.