XIV.
Mimì Carfo diventa sempre più inquieta sul conto del signor D'Orea; Remigia, invece, diventa sempre più tranquilla sul conto del generale D'Entracques. Ella è di buon umore, attiva, vivacissima, adora Roma.
— Com'è bella Roma, anche d'estate! Così sparsa di verde è meno classica, ma è assai più poetica e pittoresca. D'inverno sento la vecchia Roma classica dei Cesari... D'estate, la Roma giovane, nostra, dell'amore e dei poeti!
Di suo marito, non si occupa più, e anche il sottosegretario Rabbagasse è stato messo al bando. Il D'Entracques ha voluto così e Remigia, siccome ormai dello Staffa non ne ha più di bisogno e non gliene importa affatto, è felicissima di compiere questo sacrificio, che va poi a pesare su missis Britton.
— Io le sacrifico i miei amici... Ma lei... Le sue amiche?... — Diventa seria, sospira, poi dà una forte scrollatina di capo, come per distrarsi.
Remigia D'Orea pare che abbia cambiato di ministero. Più che ai Lavori Pubblici, è adesso, alla Guerra. L'uniforme degli ufficiali e dei soldati, il contegno delle truppe, la scuola di Tor di Quinto, l'acquisto dei cavalli in Irlanda, le esercitazioni e le armi nuovo modello, riempiono tutti i suoi discorsi. L'esercito è la sua passione: legge persino l'Italia Militare.
Mimì, una sera, si fa coraggio.
— Ma tu, che cosa pensi... di tuo marito?... Che ha?... Non ti accorgi che tutti i giorni va peggiorando?
— Per me no; va migliorando. Non lo vedo quasi più! — Sorride; si stringe nelle spalle. — Se non lo rendo felice... colpa sua! Doveva sposarmi per me... e non per mia sorella!
— Taci! Taci!... — supplica Mimì, atterrita.