Siede, si annoia e parla di suo marito.
— Tu lo trovi peggiorato?... Di salute, no. Sta tutto il giorno al ministero a lavorare: vuol dire che sta bene.
— Non so... ha una brutta faccia...
— Persuaditi che è proprio la sua! — Non è più nemmeno gentile...
— Questo cambiamento, presto o tardi, succede a tutti i mariti.
— Ma tu...
— Io... che cosa?
— Ne parli... con tanta indifferenza!
— Cara mia... Chi non mi vuole, non mi merita! Doveva conquistarmi, provare. Io, certamente, sarei stata molto refrattaria, ma siccome lui non s'è punto scomodato, così la ragione è tutta dalla mia parte. Se ha brutta cera... Adesso andiamo a Napoli, alla Spezia, a Venezia. Cambiar aria gli farà bene. Certo che gli farebbe meglio l'aria di Fiumicino, ma... — Remigia, passeggiando, canterella. — Non si può! Proibitissimo, direbbe missis Eyre! — Scoppia in una risala. — Te la ricordi, la Sbirlingonia?... E il suo odio per Din e Don, i miei tesöri?
In questo punto si sente nel corridoio un affrettato rumore di passi; il servitore ha appena il tempo di aprir l'uscio e di annunziarlo, che già il D'Entracques, pallido, stravolto, entra precipitosamente nel salotto.