Quando Remigia entra nella stanza, Giacomo è ritto in piedi, appoggiato al tavolino. Egli la fissa un momento, prima di poter parlare. Remigia sente avvicinarsi lo scoppio di quella collera e il pericolo stesso le infonde audacia:
— Mi hai fatto chiamare, gioia?
Il D'Orea ha un sobbalzo: il suo volto scarno, emaciato, più che ira getta odio.
— Tu partirai domattina, subito, per Pontereno e non ti muoverai di là, non uscirai di là, mai più!
Remigia raggrotta le ciglia e anche i suoi occhi schizzano lampi di odio:
— Perchè?...
A Giacomo gira la testa, battono i polsi, il cuore martella e salta nel petto vuoto.
— Perchè sei falsa, senza dignità, senza cuore! Perchè non ti posso più vedere! Perchè ti odio! Perchè se mi stai ancora davanti, lì, così, vivaddio... — Si arresta, poi riprende con voce più bassa, più sorda, — vivaddio, ho paura di ammazzarti!
Remigia, imperterrita, si avanza d'un passo:
— Io no, invece. Io non ho nessuna paura. So, da molto tempo, che mi odii. Ho sbagliato! Dio mio, posso avere sbagliato, ma perchè? Perchè, appunto, a cagione del tuo odio, sono rimasta abbandonata, sola, in balìa di me stessa! Non lo nego, avrò commesso qualche leggerezza, qualche imprudenza per inesperienza, per buona fede e bontà d'animo... e di ciò la colpa è degli altri e soprattutto tua. So dell'articolo dell'Allarme. Il nostro buon amico D'Entracques è corso ad avvertirmene. Sono tutte esagerazioni e infamità. Ma tu sei capace di crederle... appunto perchè? Perchè mi odii!