— E l'altro giornale? L'altro giornale? L'altro?... — ripete Giacomo convulsamente, senza poter riuscire a ricordare a dirne il titolo. — È buona fede?... È bontà d'animo? — Le parole gli escono stentate, si sente il battere secco dei denti — A... A teatro!... Al trionfo pa... pagato... com... comperato, di quella donna... Pa... pagato... com... comperato... È buona fede? È bontà d'animo verso tua sorella?...
Remigia alza la voce con un riso ironico di vittoria:
— Ah! Ah! Ci siamo! Mia sorella! Non si tratta dunque degli... affari di Stato, del ministero, che io ho compromesso con la mia leggerezza? Si tratta che, senza saperlo, — perchè non ci volevo nemmeno andare e fui trascinata al Costanzi, — io ho urtata la suscettibilità, ho offesa la gelosia di mia sorella! Ho capito! Capisco! Non è quello che ha esagerato e inventato l'Allarme, che forma il mio delitto! È quello che ha esagerato il Corriere... Ma si sa, sappiamo, sanno tutti! Mia sorella... ancora, sempre!
Remigia si allontana ridendo, stringendosi nelle spalle.
Giacomo la fissa stravolto, sfigurato, ha la schiuma alla bocca. Fa un passo, traballa... fa un altro passo più sicuro, le afferra un braccio, la volta di colpo, faccia a faccia: — Sì! Ancora! Sempre! Tua sorella! Allora come oggi, sempre tua sorella!
— Giacomo... Giacomo... — grida Remigia spaventata. Ma l'altro la stringe sempre più forte; la sua mano è una tenaglia. Parlandole sulla faccia, contro la faccia, — balbettando, — le schizza il volto di saliva.
— Giù, giù, giù!... Giù la maschera! Tua sorella, non amo che lei, vivo e muoio per lei, l'amo, non penso che a lei, non m'importa più altro che di lei, l'amo, l'amo, l'amo, — hai capito? — e a questo mondo è tutto indifferente, è tutto niente, famiglia, leggi, patria, amicizia, ricchezze, salute, onore, è niente, non c'è che l'amore, l'amore, di grande, di vero, di forte, di buono, che valga il prezzo della vita, che valga il prezzo della morte! Sì! Sì! Non è quello che ha scritto l'Allarme! te lo avrei perdonato! È l'altro, il teatro, il Costanzi, che non ti perdonerò mai perchè... Perchè è vero! Perchè amo tua sorella! Mia cognata!... E io sono un colpevole!... La mia colpa è mostruosa per te che giuochi all'amore col D'Entracques, per le tue amiche, la Della Gancia che trova i suoi amanti per le strade e la Capodimare che sceglie i suoi nelle Banche!... Sì, son col... colpevole. La mia è una colpa; ma questa mia colpa è amore, è passione, è forza, coraggio, sincerità, e vale cento, mille volte di più, è cento, mille volte più bella e più alta della tua virtù, tutta un piccolo mosaico di calcolo, di doppiezza, di bassezza, di bugia, di prudenza, di simulazioni! Nella mia colpa, così orribile, c'è il cuore, tutto il cuore! Nella tua virtù, così levigata e lucidata, non c'è che egoismo, aridità, sterilità, cattiveria! Della mia colpa si muore! La tua virtù, fa crepare gli altri!...
Remigia, smarrita, pallida, vacillante, tenta di sciogliere la sua mano dalla stretta di Giacomo: non può. Egli continua con la voce più bassa, più rotta, più convulsa:
— Giù! Giù! Giù la maschera! Tu e gli altri! Compagnia... di virtuosi istrioni! Tuo cugino, muore tisico per te! Tu lo sai. Tutti lo sapete! Ma non si dice, non si deve dire per non darti il fastidio, l'incomodo, non di avere, ma di fingere un po' di dolore, un po' di compassione! Rimorso, no! Ri... morsi mai! Tu sei troppo illibata, troppo virtuosa, troppo innocente per avere rimorsi!
— Lasciami andare! — continua a ripetere Remigia. — Lasciami andare!... È una vigliaccheria! Lasciami andare... o chiamo!... Mi fai male!... Bada... Chiamo!...