Questo telegramma, per altro, prima di essere spedito, deve ottenere l'approvazione anche del conte D'Entracques: «Sua Eccellenza», come lo chiama adesso, brevemente, il signor Zaccarella, parlando con la duchessa Remigia, sicuro che non viene confuso con Sua Eccellenza D'Orea.

Di buon umore fuori, l'Idola, in casa, è nervosa, inquieta e strapazza la povera Carfo continuamente, perchè sta sempre lì immusonita, perchè non è sicurissima che il signor D'Orea sia completamente guarito in un paio di giorni, e possa assistere alle feste di Napoli, della Spezia e di Venezia.

— Sempre così! Quando io ho qualche contrarietà, tu, invece di un conforto, diventi un peso!

Un giorno uscendo dalla oreficeria del Marchesani, — ah, mon Dieu! — s'incontra... nella vecchia Sbirlingonia! In missis Eyre!...

Si guardano un istante, poi Remigia le fa un saluto dignitoso, da vera ministressa.

— A Roma, missis?... Come mai?

— Di passaggio; Roma, specialmente d'estate, non la posso vedere! Vado all'Abetone. Ne ho abbastanza della Svizzera e della Tête-pointue! — Poi il viso secco diventa più verde: sta schizzando il fiele.

— Il nostro onorevole D'Orea, ho letto anche nei giornali, sempre malissimo?... Ne sono desolata.

— E io tutt'altro!... Mio marito sta tanto bene, che è già tornato al ministero. Buon giorno, missis Eyre, e buona villeggiatura! — Le volta le spalle e se ne va furiosa.

— Vecchia arpia!