— Che uomo!...

— Che essere!

Remigia comincia a difendere sua sorella.

— È proprio stata una vittima! Povera Maria cara!

— Domanda che ora è: sono le cinque e mezzo. — Bisogna andare al tè da Guendalina. Si passa un'ora piacevolissima! Non troppa gente e tutti simpaticoni!

Quel giorno, oltre la padrona di casa, non ci sono che i della Gancia, il D'Entracques e il cavaliere Paparigopulos.

Guendalina e Quanita, nei successi avvenimenti, si erano mostrate amicissime più che mai e più che mai legate, a doppio filo, con donna Remigia D'Orea. Erano le più risolute e infervorate nel dichiarare subdole e false, — una manovra dei sovversivi, — le voci corse del colpo apoplettico. Le due signore — compreso Cincino e Paparigopulos, — assicuravano di vedere il D'Orea tutti i giorni, di averlo trovato sempre nella sua piena lucidità di mente, e, si capisce, sempre dedito con i suoi segretari «al disbrigo degli affari più urgenti».

Guendalina Capodimare, consigliata in questo e spinta anche un pochino dalla cognata, non solo ha accettato, per il momento, la sostituzione del vecchio barbuto professore di Torino, al suo giovane elegante e sbarbato fratello nella commissione marconiana, ma conviene, rassegnatamente, di aver forse peccato lei, per troppo zelo, a proposito della famosa firma e della sottoscrizione in omaggio al Sommo Pontefice.

Chi solo naviga in cattive acque e si trova stretto tra l'uscio e il muro delle dimissioni, è il malcapitato Leonida dal cappellone, ex-repubblicano... e di nuovo molto radicale!

Con le principesse romane non è riuscito a perdere la virtù, ma sta per perdere l'Eccellenza: l'Allarme tace, ma vigila. Nel consiglio dei ministri, Sua Eccellenza Staffa è già stato liquidato.