— Un vero Rabbagasse antipaticissimo! — È l'orazione funebre di tutte e tre: Quanita, Guendalina e Remigia, con la muta, ma eloquente approvazione di Paparigopulos.

Remigia entra allegra e festante nel salotto della Capodimare:

— Guendalina! Quanita! Vi conduco mammà! La mia cara mammà! E anche il mio tesorone caro! Lo zio Rosalì!... Son venuti oggi, da Napoli!... Per uno dei miei tanti onomastici e per passare qualche giorno con me e con Jack!

Si capisce che questa dev'essere la parola d'ordine per spiegare l'arrivo a Roma dei parenti.

Dopo le presentazioni, le due signore s'impossessano subito della duchessa Cristina, evocando ricordi, aneddoti, parentele, mentre il cavalier Paparigopulos, a un cenno della Capodimare, attacca conversazione, più a monosillabi e a smorfie che a parole, e intermediario l'astuccio delle sigarette, con il principe di Sant'Enodio. Questi, per la circostanza, accesa una sigaretta di Paparigopulos e soffiando il fumo dal naso, sfoggia gravemente un proverbio orientale:

— Donna bruna... e tabacco biondo!

Remigia e il generale d'Entracques, sorbendo il tè e ammirando le magnifiche incisioni all'acquaforte, — sono del Durer, nientemeno! — passano nell'attiguo gabinetto. Lì soli, Remigia cambia ad un tratto colore, voce, espressione.

— L'intelligenza si mantiene abbastanza lucida, ma non può muovere il braccio e parla stentatamente, ingarbugliandosi...

— E il dottore che cosa dice?

— Il dottor Davos prevede vicino un altro colpo e il dottor Dolder comincia a non escluderlo più...