— La politica? Buffoni e asini!
Don Luciano si ostina, continua a ripetere l'odiosa parola, ma ormai non irrita più, non fa più nessun effetto.
— Tu credi, Maria, che occorra un briciolo di talento per farsi un nome in politica? Rispondi, Maria: lo credi proprio?
Alla insistente interrogazione di Luciano, Maria alza su di lui gli occhi dolcissimi, neri neri, ancora più neri e profondi sotto l'ombra delle lunghe ciglia vellutate: ma non risponde altro che così.
— La politica?.. Peuh! Io lo dichiaro apertamente: abborro, odio la politica! Invece di fare della politica, io faccio dello sport: rinforzando il corpo, so di rinforzare lo spirito. Sentite! Toccate! — Così dicendo allunga e stende il braccio con forza, ne fa toccare i muscoli alla moglie e al signor Zaccarella che fa le più alte maraviglie:
— Di marmo!... Di bronzo!... Vero bronzo!
— Io ammiro le arti! Le lettere! Si diventa ministri, ma si nasce poeti, pittori! Io ammiro e coltivo la musica... — E si ferma con particolare compiacenza a vantare sopra tutte le altre la divina arte della musica, la divina arte del canto! — Si diventa ministro, ma tenore, si nasce! Oh, la musica, il canto, consola, ingentilisce il cuore! Fa bene all'anima, un po' di musica!
Il signor Zaccarella sta sulle spine: — Se donna Maria sospetta di quella certa Fanfan?
Ma, intanto, Luciano si alza, scende, va nella sala di musica, apre il pianoforte, chiama Maria, comincia la Traviata e continua tutta sera con la Traviata:
«Un dì felice eterea, mi balenasti innante...»