Remigia guarda Mimì.

— Hai ragione! È proprio giù da far spavento!

La Carfo abbassa il capo e non risponde.

— Ma che ha, mio Dio, quella cara gioia? — Remigia, che non conosce nè l'amore, nè il dolore, non arriva a comprendere come l'amore e il dolore possano ridurre una creatura in quel misero stato. — Chi sa? Certo, dev'essere molto ammalata! Anche a Giacomo deve aver fatto un'impressione assai penosa. Ti pare?

Mimì Carfo ha perduta la parola; è rimasta come trasognata. Remigia si stringe nelle spalle, va quasi in fondo al corridoio, afferra la maniglia del penultimo uscio... È quella la stanza che precede la camera da letto di Giacomo... Si ferma, esita un istante prima di aprire.

Tutti i giorni, e anche più di una volta al giorno, Remigia visita il marito, ma senza mai restar sola con lui. Però, a mano a mano che l'occhio invetriato e spento riacquista la vita e l'intelligenza e comincia a fermarsi su di lei, ella prova un senso d'imbarazzo, di inquietudine, di collera. La scena successa, quelle smanie, quelle grida, erano i prodromi del male che lo assaliva. Erano grida, smanie, le idee confuse e pazze di una mente in convulsione. Lui non poteva ricordarle e lei doveva dimenticarle...

— Perchè gli occhi di Giacomo la fissavano irrequieti... e tornavano a diventar minacciosi come allora?...

Remigia apre, entra.

Nella prima stanza, c'è il vecchio Gaudenzio. Sta lì, che pare di guardia.

— Non c'è dubbio! È stato lui a telegrafare a Fiumicino!