Appena egli vede la signora si alza in fretta, facendole cenno con la mano di fermarsi, e, in punta di piedi, si affaccia all'uscio dell'altra camera.

— Dorme? — gli domanda Remigia sottovoce.

— No. Chiamo la signora Gioconda!

Remigia frena un impeto di collera. Come?... Dovrebbe fare anticamera prima di entrare da suo marito, e aspettare anche di esservi introdotta per grazia da questa... signora Gioconda?

— Sono io, qui, la moglie e la padrona! — Si avanza risoluta, ma in quel punto le viene incontro una vecchietta piccolina, secchina, con i lunghi ricciolini grigi e il viso bruno dalle rughe fonde e diritte, come intagliate nel legno. È vestita di scuro, assai dimessa; ha un fazzoletto nero di seta sulle spalle; ha gli orecchini d'oro e un grosso spillone d'oro in mezzo al petto.

— Oh, zia! — saluta Remigia con la voce e il tono affettuosissimi. Si danno la mano, si sorridono, ma non si abbracciano. — Oh, zia cara, come lo hai trovato il nostro Giacomo?... Benino assai, non è vero?

Il breve sorriso della zia Gioconda si restringe sulle labbra tagliuzzate e sparisce. La vecchietta, adesso, tocca gli ottanta, ma è sana, è dura, tutta di osso. Soltanto il suo vecchio capo è mosso continuamente da un leggero tremolìo che mentre ella risponde alla nipote, si fa più sensibile.

— Benino?... Speriamo! — Vuol vederlo? Salutarlo?... Anche lei, contessina, gli farà piacere! Soltanto non bisogna farlo parlare. Non bisogna stancarlo, agitarlo in nessun modo.

Remigia raggrotta le ciglia pensando fra sè:

— Come?... Questa vecchia contadina si sarebbe impossessata di mio marito, della sua camera, di tutto... in mezz'ora?.. Ah! Ah! Staremo a vedere!