I vetri della camera sono spalancati, le gelosie socchiuse: il letto bianco di Giacomo appare a poco a poco e sembra ingrandirsi nella mezza luce. Egli vi sta seduto, appoggiato a un monte di cuscini. Ha il viso acceso, gli occhi rivolti, fissi verso la finestra.

La zia Gioconda e Mimì Carfo restano presso all'uscio: Remigia sola, gli va vicina, accanto al letto.

— Come ti senti, oggi?... Benino?

La voce dell'Idola è alterata, ha perduto ogni dolcezza. Il suo volto non ha più anima, non ha più sorriso.

Giacomo risponde senza guardarla, tenendo sempre gli occhi fissi verso la finestra. Parla affastellatamente, come in orgasmo.

— Meglio, meglio! Comincio a poter muovere anche il braccio! — Così dicendo, solleva appena il braccio destro che tiene disteso, irrigidito sulla coperta. Volge gli occhi in cerca della zia Gioconda e vede Mimì Carfo. Sorride, salutandola con un cenno. — Grazie, signorina. Bene, bene, proprio bene! Comincio a poter muovere anche il braccio! — Torna ad alzarlo un poco, poi lo lascia ricadere; abbandona la testa sui cuscini, e chiude gli occhi.

Remigia, dopo un momento, in punta di piedi, si avvicina alla zia Gioconda e alla Mimì: bisbigliano insieme qualche parola sottovoce, poi Remigia e la Carfo escono pianino dalla camera.

— Uff!... Non ne posso più!... Capisco, che con tutta la mia bontà, questa zia contadina non riesco a sopportarla! No!... È superiore alle mie forze! — L'Idola è proprio in collera e si sfoga, al solito, con Mimì. — Hai visto, il tuo caro signor D'Orea? Il tuo... uomo perfetto? L'uomo infallibile? Il tuo ideale di marito? Si è finto stanco e ha chiuso gli occhi per mandarmi via! — Fa un lungo risolino stizzoso e nervoso. — Meglio così, del resto!... Molto meglio così!

Appena uscita la moglie con la contessina Carfo, Giacomo riapre gli occhi e si chiama vicino la zia Gioconda.

Egli la guarda a lungo.