Continua a bestemmiare e a brontolare per un pezzo. Poi gli viene un'idea: salta in una carrozzella e si fa condurre all'Hôtel de Rome.

— Andiamo a sentire da quella mia cara signora moglie quando fa conto di ritornare a Fiumicino!

La botte, con un alto ronzino giallo, sfiancato, scende mezzo al galoppo e mezzo al trotto da via Nazionale.

Il pomeriggio è caldissimo. Roma sembra sonnecchiante, prostrata sotto il solleone, che dardeggia fiamme infocate sui graniti delle vie e sui marmi dei palazzi, chiusi e muti. Piazza Colonna è quasi deserta, il Corso spopolato. Il cavallone giallo, scosso da un'improvvisa furia di frustate, ripiglia il galoppo a sbalzi, schioccando i ferri. Luciano, mezzo sconquassato, salta a terra appena in vista dell'albergo di Roma. Fa a piedi l'ultimo tratto, ed entra:

— Che c'è?... Ch'è successo?

Appena sotto il vestibolo è rimasto colpito da un'animazione insolita a quell'ora, in cui non ci sono nè arrivi, nè partenze... Un via vai di gente affrettata, inquieta...

— Che c'è?... Ch'è successo?

Il direttore dell'albergo scende in quel punto precipitosamente dallo scalone, tutto rosso, trafelato, turbato. Ha lo stiffelius e il panciotto sbottonati, e ha in una mano alcuni foglietti; ricette, evidentemente.

— Che c'è?... Ch'è successo?... Forse, Sua Eccellenza?...

L'altro non lo riconosce nella confusione del momento e non gli risponde. Chiama i due fattorini dell'ascensore, e consegna all'uno e all'altro i vari foglietti, raccomandando di far presto, ripetendo il nome della farmacia più vicina, ripetendo le parole etere... ossigeno...