— Che hai Remigia? — domanda Mimì.

— Dormo.

— Ti sento sospirare!

— Dormo.

Totò, Antonio, marchese di Villabianca, aspettando di diventare principe di Sant'Enodio alla morte del genitore, è assai ben provvisto, ma di titoli nobiliari.

— Una capanna e il tuo cuore: sposeremo Totò e così sia! Basta soltanto che non mi secchi per troppo innamoramento! In tal caso, sposo invece lo zio Rosalì!

Remigia ride. Pensa alla faccia che farebbe Totò, il britanno, al vedersi l'Idola rapita dal genitore; continua a ridere, dimenticando i suoi guai e si addormenta ridendo.

Mimì, invece, è ancora svegliata, e tarda assai prima di poter pigliar sonno. È il cruccio di Remigia che le fa pena, che la tiene inquieta. Mimì ha letto e legge nel cuore dell'Idola, e con ardore, con gioia sacrificherebbe tutto e si sacrificherebbe tutta per saperla felice! La fanciulla povera ha riposto nella dolce e cara parola «amica» tutta la tenerezza del suo cuore, tutto quel suo grande prepotente bisogno di espandersi, di voler bene!

Nella sua innocente purezza e nella sua fede cieca e illimitata, Mimì innalza Remigia al settimo cielo e la immagina e la vede, come in realtà non è. Remigia, per Mimì è un angelo; un angelo di bontà e un angelo di bellezza. Anzi, sono gli angeli stessi, che per essere veramente angeli furono creati a imagine di Remigia. Mimì adora la sua amica e le pare che tutti debbano adorarla in ginocchio; Mimì l'ammira e le pare che tutti debbano ammirarla incantati. E come la rende un essere ideale, così nel suo sogno pinge con i più smaglianti colori, e adorna delle più belle e più rare virtù quell'essere straordinario, soprannaturale, che sarà assunto alla felicità beata dell'amore e delle nozze di Remigia. E l'atteso nel concretarsi, nella feconda fantasia di Mimì, nel farsi uomo di questa terra, prende le sembianze del giovine e forte Sigfrido, ingentilito con l'animo mistico, malinconico di Lohengrin. E siccome il principe incantevole e celestiale, tarda a scendere dalle nuvole rutilanti o a varcare i mari con il candido nocchiero e Remigia, con la sua prosa birichina ne attribuisce il ritardo all'essere troppo piccola e specialmente troppo magra, la Mimì, la devota, la sommessa Mimì, come le avrebbe offerto volentieri, subito, in affettuoso omaggio, tutti i gigli e le rose della sua fiorente giovinezza!