Poi, anche senza il don Luciano numero due, può forse sperare il misero Totò, in un'ora di pace?

Con Remigia?... Innamorato di Remigia?... La pace?... — Mai!

Quando lui e lei si trovano soli, — cioè soltanto con mammà, papà e compagnia, — quando viaggiano in carrozza o nel vagone riservato, allora, ma allora soltanto, gli concede Remigia, qualche buon quarto d'ora. Lui ne approfitta subito per fare raccomandazioni, recriminazioni, prediche; per sospirare, supplicare e ottenere promesse inverosimili di serietà e di docilità... Remigia, lì, mentre sono soli, lo ascolta senza collera, quasi con sommissione... Non ride, ma sorride tenera, affettuosa e sembra promettere e sembra concedere... — Ma appena arriva gente, di qualunque razza, — uomini s'intende, — l'incanto è rotto, Remigia si agita, parla forte, ride forte, gli occhi guizzano, lampeggiano... E l'Idola gli sfugge, non è più sua, è un'altra, è tutta per gli altri!

È una febbre, una smania che ha addosso quella civetta, di piacere, di far colpo!... Chi si sia, non importa! Persino vuol far colpo sul signor Trüb; se non c'è di meglio... persino sul portiere!

— Che disperazione, che inferno!... Proprio che inferno, — borbotta Totò — voler bene... così, a una donna, ad un essere... così!

A Villars egli non fa altro che ripetere, con Mimì, con la duchessa Cristina e con papà — con la Remigia non osa: — Fra tanta gente, non vedo ancora una persona per bene! Non c'è chic! Ho scorso il libro dei forestieri, — non c'è niente; non c'è un nome noto. Per ora non c'è da fidarsi. Non voglio far conoscenze per non correre il rischio di dover fare presentazioni. Per il tennis siamo già in quattro, con mademoiselle: si giuoca fra di noi!

Niente conoscenze, dunque; niente presentazioni!... — Così il buon Totò, crede e spera, ma poveretto si è troppo dimenticato del numero tredici, e ha fatto i conti senza Din e senza Don!

I due neri barboncini sono altrettanto amabili e socievoli, quanto l'orso innamorato è selvatico e feroce. Essi ruzzolano festevolmente fra le gambe dei forestieri e rispondono alle carezze frullando il codino monco dalla nappina lanosa.

Adesso, finito lo scompiglio dei primi giorni, Din e Don fanno regolarmente i loro pasti quotidiani, subito dopo la colazione e dopo il pranzo dei padroni, ed è lo stesso signor Trüb in persona, con le falde del lungo abito nero spiegate al vento, che porta sulla terrazza le due scodelle di zuppa. Il rubicondo e gongolante signor Trüb sfida ormai le occhiatacce di missis Eyre.

Shocking!