— Sicuro! — Il signor Trüb si offende quasi al minimo dubbio. — Lei, signor barone, vada tranquillo a fare la sua brava colazione e per domani penso io: sveglia alle sei, — basta alle sei, — e alle sei e mezzo, tutto pronto: cavalcatura, guida e un bel sole... di prim'ordine!
La promessa d'un bel sereno per il giorno dopo è sempre, anche quando ci si è abituati, uno dei pochi godimenti che offra la montagna quando piove. Marco Danova, rabbonito, apre l'ombrello e, dopo aver raccomandato al signor Trüb che il mulo sia tranquillo e la guida sicura, se ne va con passo quasi automatico, alzando una dopo l'altra le gambette ad arco e dondolandosi, tutto pancetta.
La nebbia, continua a salire a salire, a correre, ad addensarsi più rapidamente. Ad un tratto, un raggio di sole pallido, obliquo, attraversa e rompe il fitto tendone: appare in una tinta giallastra la curva di una collina... poi la punta di una roccia e subito un rovescione, con una raffica di vento così impetuosa che porta il signor Trüb, come di volo, dentro l'albergo.
Grida, strilli e le più furiose e varie invettive internazionali echeggiano sotto l'atrio. Le signore hanno paura del temporale: si chiudono le finestre, si accende la luce elettrica. Il signor Trüb, mogio, mogio, sgambetti, saltetti e via di corsa per rifugiarsi nel bureau! Ma lì, proprio sull'uscio, mentre si asciuga con il fazzoletto le mani e l'abito, ecco quella strega verde e brontolona di missis Eyre:
— Bella ciornata, signor Trüb!
Missis Eyre, — terzo piano, camera di dietro, senza balcone, — riceve un inchino, niente più del necessario.
— Scusi; sono in ritardo; ho la corrispondenza ancora da guardare...
Il signor Trüb, si avvicina alla scrivania, e comincia ad aprire, a sfogliare le lettere che vi sono ammucchiate.
Missis Eyre, tien duro.
— E così?... I D'Orea e i Moncavallo, verranno da Aigle o da Bex?