— Dio! Dio! — Remigia è mezzo spaventata e mezzo in collera. — Ma signor Trüb! Caro signor Trüb! Questa zuppa scotta; scotta terribilmente!
Il signor Trüb protesta, poi si scusa.
— Non è possibile! Garantisco! È tiepida! Appena tiepida! — Alza gli occhiali in mezzo alla fronte, gonfia le gote e col faccione che gli diventa rosso e tondo come la luna, soffia e risoffia sul brodetto, mentre la duchessina, ritta in punta di piedi, alza e tende le braccia, adagio adagio, con le due scodelle colme, per allontanarle dai musetti avidi, bramosi delle affamate bestiole che spiccano, latrando, salti e volate.
— Giù! Giù!... Adesso no! Ho detto di no!... Obbedienza!... Bravo Din! Sì, sì!... Anche il mio Don è bravo, è buono!... Amöre! Tesöro!... Tanto bene io! Tanto bene a tutti e due, ma adesso ancora no! Ancora non si può! Aspettare! Aspettare!.. Pazienza e aspettare!
La piccola bionda, la piccola rosea, è la grazia, la vivacità, la giovinezza. La sua voce armoniosa, melodica, è un canto... un invito.
La schiera dei giovinetti e dei giovinotti, fra i quali primeggia il campione del tennis, — l'inglesino dalla lente e dal garofano già notato da Mimì e da Remigia, — si avvicina irresistibilmente. — E anche la barba al lucido Nubian; anche l'ammiratore del bel piedino e del bel vitino!
« — Des barbets superbes!
— Qu'ils sont beaux, ces petits chiens!»
Il Danova, dimenando i fianchi, si avanza un passo più degli altri:
— Magnifici cani! È la gran moda, adesso, a Parigi, i barboni neri! Due cani così, sono capacissimi, quei ladri, di farli pagare anche tre o quattro mila lire!