Un istante ancora d'attesa, poi, finalmente, sull'alto della gradinata si spalancano i battenti a vetri: sono i due barboncini che si slanciano d'un salto, abbaiando di gioia e di fame, addosso al signor Trüb, e l'Idola, bianca e bella come un fiore, allegra e vispa come un uccellino, scende a volo sul terrazzo.

— Eccomi! Eccomi, signor Trüb!... Com'è buono! Com'è bravo!... Caro, caro il signor Trüb!...

Marco Danova ha una scossa; una voglia intensa gli corre per le vene.

— Che bel vitino! Che bel piedino!... Che capelli!... Che bocca!... Soprattutto che bocca... maravigliosa!... Con tanti danari buttati al diavolo, non ho mai avuto niente di simile!

Gli occhietti umidi e loschi scintillano, il naso a becco divampa con un tremito più vivo.

Remigia ha subito notato la smania, il turbamento del barone Nubian, ma finge di non badare altro che al pasto dei cagnolini.

— Buona la pappa?... Adagio, adagio!... Non bisogna mangiare troppo in fretta!

— Piccante!... Piccantissima! Straordinaria!

Marco Danova si avvicina a Remigia di un altro passo, le mani ficcate nelle tasche dei pantaloni, dondolando la pancetta arrotondata dal gilet bianco. Ha un'aria di padronanza mentre la fissa ostinatamente.

— Perchè no? — pensa fra sè — Le donne belle sono fatte per gli uomini ricchi!... Pagare o sposare è sempre comprare. Ha una voce che fa un effetto strano!... È un soffio di primavera! Fa diventar giovani!... — Perchè no?