Il milionario si sente forte anche dinanzi a quella giovinezza, a quel candore, a quel vergine nobilissimo sangue discendente dai reali di Napoli e di Sicilia.

Non esita più: la duchessa, il principe Rosalino stanno bevendo il caffè, in fondo al terrazzo. Non c'è che Totò, il quale fuma e freme. Marco Danova si rivolge direttamente alla duchessina:

— E il nome?... Vorrei sapere il nome di questi due «amoretti» «tesoretti!».

Lo ha sentito gridare cento volte, ma finge, naturalmente, d'ignorarlo. — Si chiamano?...

Un istante di silenzio e di ansietà...

— Come si chiamano? — domanda più risoluto, rivolto al signor Trüb.

Remigia risponde. Risponde abbassando il bel viso e arrossendo pudibonda.

— Uno, — questo, — si chiama Din; l'altro si chiama Don!

Din e Don?... — Il barone scoppia in una risata larga, fragorosa che mostra i bei denti nuovi, di smalto, tra i rabeschi d'oro.

La piccola rialza il capo, e mentre con la forte e caratteristica scrollatina di capo, che l'è abituale, rimette a posto i riccioli biondi, lancia sull'egiziano un'occhiata rapida, espressiva. Ella non vede in quell'uomo nè il naso a becco, nè la barbaccia ritinta: non vede in lui altro che un possibile... don Luciano, numero due!