— Io, per me, lo dichiaro assolutissimamente. Non gioco e non ballo. In questo brutto paese e in questo pessimo albergo non voglio conoscere un... cane!
L'Idola lo lascia sfogare e gli permette di tenere il muso per mezza serata; ma poi, quando l'orchestrina comincia i primi accordi lo ferma, risolutamente, sull'uscio della veranda.
— Non comincerai anche tu a fare il don Luciano. Bada che non te lo permetto io e tanto meno te lo permetterebbe mammà!
Totò, a un simile esordio, Totò che aveva sperato con il fiero cipiglio d'incutere timore e soggezione all'Idola, Totò perde di botto tutto il coraggio; tenta ancora uno sforzo; ma gli trema la voce.
— Credo di essere padrone del mio umore... buono o cattivo!
— Ma non di fare il geloso; non di compromettermi in faccia alla gente. Questo, se anche te lo permettessi io, non te lo permetterebbe certo mammà! Bada, te ne avverto, perchè sai che ti voglio bene...
Alle parole «ti voglio bene» gli occhi del povero ragazzo si riempiono di lacrime.
— Non dirlo! Non dirlo, almeno, che mi vuoi bene! — geme sottovoce.
L'espressione, il tono di Remigia, diventano più affettuosi.
— Mammà s'è già accorta di qualche cosa; e ha già domandato due volte allo zio Rosalì, perchè tieni il muso e perchè sei sgarbato.