— No! No! — supplica Mimì. — No! No! Il Danova, no! — Ha la voce velata di lacrime.
Remigia diventa seria: dà la solita scrollatina di capo, con la quale sembra mettere a posto i riccioli e le idee.
— Cara gioia, ragioniamo. Bisogna, sai, ragionare! Domani arrivano a Villars mia sorella, mio cognato e l'uomo di maggior... peso della famiglia Sua Eccellenza!
La piccola, che ha sottolineato il peso, chiama Giacomo «Sua Eccellenza» con lo stesso tono che dà al «capitano» del signor Zaccarella.
— E per questo?... Che ti fa?...
— Che mi fa?... Mi fa che quando c'è lei, tutto per lei!... E io non sono più nulla!
— A Villars, non sarà così! Vedrai!
— E poi Sua Eccellenza!... Quel caro Giacomino! Pieno di brio, esilarante... come il precipitato di piombo! Quello lì, non si muove mai senza un occulto pensiero che si manifesta poi sempre in una operazione aritmetica: la sottrazione! Luciano spende troppo e Giacomo viene a Villars, vedrai, per predicare l'economia. — Economia! Economia! Bisogna fare economia! Bisogna ridurre le spese gravose! — Fanfan, s'intende, non è una spesa gravosa. I gravosi, sul bilancio D'Orea, siamo noi: io, mammà, lo zio Rosalì, tutti noi! — Remigia soffia, sbuffa; è irata contro il destino — Uff! Sono stufa! Stufa!... Sono stufa di essere mantenuta da questi bottegai! Sono stufa di dover essere continuamente al seguito di donna Maria Grazia, sono stufa del rancio che vien distribuito alla compagnia, e non sempre con molta grazia, dal capitano Zaccarella! Sono stufa, stufa, stufissima!
L'ira, il dispetto sono vinti dal dolore. Ella raggrotta le ciglia e si morde le labbra per non piangere.
Mimì l'abbraccia angosciosamente.