— E questa signora Eugenia, — esclama a un tratto, pieno di stizza, — dov'è cacciata?... In capo al mondo?

— A porta Venezia; te l'ho detto. Attraversiamo i giardini; ci siamo subito.

L'Olivieri vede bene di aver fatto andare in collera l'amico senza essere riuscito ancora a persuaderlo, a convincerlo e perciò, affrettando il passo, ripiglia con più calore, con più forza:

— E oltre le beffe, il danno! Queste donne prudenti, che riflettono, che calcolano, che sanno dominarsi per poter dominare, vogliono tutto, ti prendono tutto, come sei, intelligenza coscienza e cuore, e ti cambiano, ti mutano, ti trasformano a loro talento! Ma non hai notato come gli amanti, gli amici di queste signore in voga, finiscono per rassomigliarsi tutti, il marito compreso? Il loro seno è un gran crogiuolo nel quale entrano per fondersi insieme e prendere la stessa anima e quasi anche la stessa faccia, l'uomo di talento e l'imbecille! Sei ancora a tempo? — L'Olivieri obbliga il Roero a voltarsi, ad alzare il capo, a guardarlo. — Sei ancora a tempo? In tal caso via, via di corsa; salvati perchè il pericolo è imminente!... Hai già il taglio dei capelli e del paltò; hai già le cravatte come Emanuele secondo e Carlo terzo! E bada, Francesco mio, se non ti salvi, il ridicolo non peserà soltanto su di te, ma anche, e più, sulla tua arte. La sera in cui si darà l'Arianna, il pubblico non verrà a teatro per sentire la tua commedia, ma la commedia di Francesco primo. Ne' tuoi personaggi, nelle tue scene, cercherà soltanto di scoprire i tuoi casi e i tuoi rivali e tu non sarai preso sul serio, avessi anche scritto un capolavoro! E questo ancora... poco male! L'opera non è meno bella anche se l'autore è sfortunato, ma finirai col non prenderti sul serio tu stesso e resterai tutta la vita il commediografo elegante per uso delle signore! Non ho ragione?... Ho ragione sì o no?

L'altro non risponde; le mani ficcate nelle tasche del paltò, continua a rodersi i baffi e le labbra nervosamente.

L'Olivieri gli mette una mano sulla spalla, per tirarselo più vicino, quasi volesse abbracciarlo:

— Tu vuoi, tu devi, tu diventerai qualcheduno, ma ad un patto, uscire dal «gran mondo» di donna Stefania, che non è poi altro che la solita baracca dei soliti burattini dove si recita sempre la stessa decrepita commedia, per entrare nella folla, per studiare il cuore, l'anima, la vita della folla nelle sue angosce e nelle sue speranze. Questa è l'arte che io voglio da te, che io aspetto da te; ma per far questo bisogna essere semplicemente quello che sei, Francesco Roero, il figlio di tuo padre, del campagnuolo umile, gran lavoratore, al quale devi la tua bella, ingenua onestà, così piena di scrupoli... borghesi, come deve, invece, la baronessa Stefania, la sua smania d'intrighi e di prepotenze, alle sue matrone del Regno Italico e a' suoi ciambellani di Casa d'Austria. Le rivoluzioni son rimaste alla superfice, e poi non sono state fatte per distruggere gli stemmi, ma per darne a chi ne desidera. I pregiudizi sono sempre gli stessi; le due razze, rivali, sono sempre di fronte: quella della baronessa col sentimento dell'impero, la tua, con quello della sudditanza! Ti arriderà assai facilmente la vittoria, ma la conquista sarà dall'altra parte. Donna Stefania, resterà sempre lei, sempre come sua nonna, ma tu, invece, dovrai cessare d'essere il figlio di tuo padre, per diventare un mezzo gentiluomo. Sudditanza e sommissione! Hai visto le ire sorde a proposito del duello del povero Nespola?... Le prime avvisaglie contro Lulù? Abbasso l'indipendenza, caro mio! Il cuore alla moglie e il voto al marito!

Erano giunti alla casa della signora Eugenia: l'avvocato si ferma indicando la porta all'amico.

— Sta qui. Ed ora che ho parlato tanto, dimmi la verità, il parlare, colla speranza di poter convincere, è anche questo un vecchio pregiudizio rimasto agli avvocati?

Il Roero è buono, è giovine. A tanto calore, a tanta effusione è rimasto scosso, commosso: