In principio non fece che cucire in bianco, ricamare, tutta la sera e parte della notte, per guadagnarsi da vivere; e il giorno studiava per poter fare la maestra. Era questa la sua idea, il suo sogno, ciò che sentiva di poter far meglio: la maestra ai bambini e alle bambine. E fu contentissima quando, per la prima volta, potè entrare in una piccola scuola privata; ma il giorno in cui vinse il concorso per un posto di maestra comunale le sembrò addirittura di essere nominata regina!

Adesso, dopo più di trent'anni di lavoro, dopo aver percorsa tutta la sua scala, gradino per gradino, dopo esser diventata vice-direttrice e direttrice delle scuole di San Celso, s'è ritirata non tanto per riposare quanto per lasciar posto agli altri, con una piccola pensioncella. E adesso, colle sue tre stanzette, colla sua donna di servizio, per un paio d'ore tutte le mattine, colla sua buona zuppa di vero brodo, la sua aletta di pollo, le sue quattro castagne d'inverno, le sue quattro ciliege l'estate, la sua tazza di squisito caffè e il balconcino pieno di garofani e di girani, la signora Eugenia dichiara di essere diventata una milionaria. In fatti, non solo non ha un debito — non ne ha avuti mai! — ma accumula tesori tali, che le permettono l'acquisto di un libro o di un corpetto di lana per qualche povero scolaretto e di farsi onore, colle sue brave mance, a Natale e al Ferragosto.

I fiori, per la tomba della povera mamma li ha sempre comperati, anche quando pativa la fame.

Eppure, dopo diventata milionaria, la signora Eugenia si sente forse meno felice. Le è rimasto un gran vuoto nella vita e nel cuore: non ha più d'intorno la sua folla di bambini! E ciò essa ha confidato appunto all'avvocato Olivieri, una sera, trovandosi insieme in una casa d'amici.

Oh, quel gran stanzone della scuola così pieno di visetti vispi e ridenti, che gran rimpianto per il suo cuore! E che angosce, che struggimenti, per tante miserie che la circondavano!

Certe mattine, d'inverno, il levarsi presto presto, ancora col buio, nella fredda cameruccia, il dover «far toletta» coll'acqua ghiacciata della brocca era un vero supplizio; era un supplizio la lunga strada fangosa, deserta col vento che soffiava frizzante, che gelava il naso e tagliava le labbra, ma poi arrivata là in mezzo alla scuola, quanta vita subito e quanto frastuono, quanta letizia, quanta luce di primavera e di sole, anche se fuori dai finestroni si addensava la nebbia o cadeva fitta la neve!

Ed era poi convinta e orgogliosa della grande importanza, della gravità della sua missione.

La signora Eugenia pensava e diceva:

— Sono le mamme è vero, che fanno i bambini... ma gli uomini li facciamo noi, colle nostre prime cure, coi nostri insegnamenti; siamo noi, povere maestrine, che formiamo la loro coscienza e il loro cuore. I bambini nascono tutti buoni, ed è colpa nostra se diventano uomini cattivi, perchè non abbiamo insegnato loro, non abbiamo dato loro la forza per diventar felici.

Oh, fra quei piccoli uomini mandati alla scuola, quanti che ingiustamente soffrivano!... E a questi la signora Eugenia si sforzava di insegnare non soltanto la calma e la bontà, ma altresì l'energia per farsi un po' di posto in quel mondo che il buon Dio aveva creato per tutti.