— Tutta una scatola è già un regalo. Io non accetto regali.

— E questa, scusi, finisce per essere in lei quasi un'affettazione.

— Un'esagerazione, via! — corregge il Roero.

— No, no, no! I regali si possono accettare e fanno piacere soltanto quando si possono rendere, e siccome colle mie sostanze questo piacere non posso permettermelo, così, dacchè sono al mondo, legge draconiana e uguale per tutti: regali, niente! Ma, invece, la tassa di una sigaretta ogni volta che incontro un amico, questo sì, e non si scappa! E badiamo ve'! Anche incontrandomi per la strada! Me la porto a casa e adesso che sono milionaria me la fumo deliziosamente dopo la mia brava colazione o dopo il mio pranzetto! Si ricordi, signor Roero: d'ora in avanti resta tassato anche lei!

— Ben felice, felicissimo...

— E per lei la tassa finirà con l'essere molto gravosa! — La signora Eugenia sorride sempre, ma adesso con una espressione più dolce, con un'affabilità che diventa quasi affettuosa. — Il signor Olivieri mi ha detto che avrò la fortuna di vederla spessissimo; ch'ella avrebbe l'intenzione d'associarmi ad un'opera bella, santa... che le fa molto onore. Bravo! Bravo! — Gli occhi della signora Eugenia hanno un lampo improvviso di commozione. — Che Dio la benedica!

Il Roero resta colpito, e a sua volta si sente commosso dalla bontà, dalla sincerità di quelle parole. Egli ha dimenticato in quella improvvisa e nuova intimità, così cordiale, tutto il lungo colloquio avuto prima con l'Olivieri.

La signora Eugenia ha vuotata la sua tazza; l'avvocato e il Roero si alzano insieme per levargliela di mano. Il Roero arriva primo e presa la tazza, la pone sul cabarè di lacca rossa, in mezzo al tavolino.

L'Olivieri torna a sedersi, accanto alla signora Eugenia:

— Si ricorda, quella sera in casa Rossi? Mi diceva ch'ella si sentiva malinconica e che soffriva di nostalgia non vedendo più i suoi bambini, ed io ho pensato subito a lei... per Lulù.